Violenza sulle donne, finalmente qualcosa si muove anche in Veneto

Padova è uno dei primi Comuni a recepire il protocollo di rete regionale. Ma servono più strumenti e meno burocrazia per evitare nuove vittime

Potrebbe sembrare un atto formale, e lo è: ma con una potenzialità enorme: E’ uno di quegli atti di cui non ci si accorge, ma se funziona è in grado di cambiare le cose. Per dirla tutta, magari si arriva ad impedire che altre donne vengano uccise, picchiate, brutalizzate psicologicamente. Insomma, una pietra angolare nella strategia contro la violenza sulle donne. E’ l’adesione del Comune di Padova, con una delibera di giunta dell’11 giugno scorso, al «protocollo di rete per il contrasto alla violenza contro le donne nella Regione Veneto». Arriva un anno giusto giusto dopo che la Regione Veneto l’aveva approvato e distribuito a Comuni, Centri di ascolto, case accoglienza, istituzioni varie. Padova risponde tra i primi (dopo un anno…) ed è tutto merito della Commissione Pari Opportunità, che con un lavoro ai fianchi costante ci ha messo del suo.

Il succo della questione è: bisogna creare una rete, intanto informativa e poi operativa, tra tutti i soggetti attraverso i quali passa la storia delle donne oggetto di violenza. Ad oggi non c’è. Esistono encomiabili attività, dai centri di ascolto ai servizi sociali, dalle case rifugio ai mille modi di aiuto, dai medici ai parroci per far fronte ad un fenomeno che non è per nulla secondario, anche se in parte sotterraneo. Gli interventi spesso non sono coordinati, le informazioni ancora meno. Poniamo il caso di una donna che denunci la violenza subìta: il tribunale non informa nessuno, va avanti per la sua lentissima strada. E se per esempio del caso si occupa la procura, per gli aspetti penali; e il tribunale, per quelli civili; e magari il tribunale dei minorenni se ci sono figli coinvolti, la stessa magistratura non si parla. L’aiuto alle donne è affermato, sancito, normativamente previsto da un florilegio di convenzioni internazionali, e giù a scendere fino alle leggi nazionali e regionali: bellissime parole che finiscono per allungare il percorso burocratico dell’operatività.

La rete innanzitutto informativa sui casi che si presentano è basilare, e stupisce casomai che se ne senta l’esigenza sei anni dopo il varo della legislazione nazionale e regionale a tutela delle donne (era il 2013). Per Luciana Sergiacomi, avvocato, presidente della Commissione pari opportunità padovana, la rete è uno snodo fondamentale, è come il sistema circolatorio dell’attività antiviolenza, serve all’oggi e servirà anche per la prevenzione. La rete sono cose piccole e fondamentali: il medico di base che segnala subito se una sua assistita ha segni sospetti, fisici o psicologici; e lo stesso il farmacista; così come maestre ed insegnanti che colgano qualche segnale dai loro allievi, e le comunità, i parroci. Ma il «protocollo di rete» coinvolge ovviamente chi si occupa della materia: i pronto soccorso, la polizia i carabinieri, la magistratura, le associazioni e gli enti pubblici che gestiscono centri antiviolenza e case rifugio: tutti costoro devono parlarsi.

Aderire al protocollo è solo un’affermazione di buona volontà, poi bisogna darsi da fare. Tocca all’assessorato ai servizi sociali e al gabinetto del sindaco inventarsi il «come» (così è per esempio a Padova). La Commissione Pari Opportunità è un organo solo consultivo, «ma siamo prontissime a dare una mano con idee e non solo», assicura Sergiacomi. Per esempio l’idea base: quella di una piattaforma informatica circolare in cui ogni persona o ente coinvolto possa dare e acquisire dati e informazioni, senza troppi passaggi burocratici. Perché anche per le donne da difendere un nemico da battere può diventare la burocrazia.

Per esempio, a livello regionale le competenze sul tema «violenza contro le donne» sono divise fra tre assessorati e altrettante Direzioni. Se ne occupa l’assessore al lavoro, istruzione, formazione e pari opportunità Elena Donazzan (FdI), che nei suoi uffici ospita la Commissione pari opportunità nonché la consigliera regionale di parità, la quale non rappresenta un organo regionale ma un funzionario del Ministero del lavoro distaccato in Regione per questa funzione. Ma se ne occupa anche, facendo la parte del leone, l’assessore alla sanità, servizi sociali, eccetera Manuela Lanzarin (Lega). E’ suo per esempio il compito di assistenza diretta delle donne vittime, ma anche, per esempio il collegamento con le normative sovranazionali: per cui si passa dalla Direzione relazioni internazionali…A Venezia ci si occupa anche del benessere delle donne dipendenti regionali (eventuali molestie, mobbing, stalking e via perseguitando), ma per questo sono competenti una Consigliera di fiducia e il Comitato Unico di Garanzia, che fanno capo all’assessore nonché vice presidente Gianluca Forcolin. Vista così, sembra complicato.

Anche perché il Veneto non è esattamente un paradiso per le donne: nel 2017 con 13 vittime, è stato al terzo posto per femminicidi in Italia, e l’anno successivo altre sei vittime, quest’anno la striscia di sangue arriva fino a Montegaldella, l’8 giugno scorso. Ogni omicidio è una sconfitta, ma dietro incalzano imperiosi i dati del disagio. Ci sono 22 centri antiviolenza nella regione: a loro nel 2017 si sono rivolte 4733 donne che hanno ricevuto un ”primo ascolto”: ma già questi contatti sono raddoppiati nel 2018, arrivando a 8464. Segno di maggior sensibilizzazione, di buon funzionamento, anche se spesso le persone che chiamano si trovano una segreteria telefonica. Poi ci sono le donne «prese in carico», che vuol dire seguite e assistite: erano 3107 nel 2017 e 150 di più nel 2018. I nuovi casi l’anno scorso sono stati 2373, il che significa che in media 6,5 donne ogni giorno chiedono e ricevono un aiuto fattivo. Ci sono poi le case rifugio, di tipo A e B, per protezione assoluta le prime, per reinserimento nella società le altre. Qui nel 2018 sono state ospitate 269 persone (123 donne e 145 figli), a dire il vero con una sotto-occupazione degli spazi disponibili.

Nelle case rifugio il 65% delle ospiti sono straniere. Ma nei centri di ascolto chiamano al 67% donne italiane. Altri dati significativi: solo un quarto di chi chiede aiuto ha prima fatto una denuncia all’autorità. E gli invii dai servizi territoriali (servizio sociale, medico di base, Forze dell’Ordine, Pronto soccorso, consultori, psicologo/psichiatra) sono il 27% dei casi, cioè una donna su quattro ha contattato il Centro antiviolenza grazie alla rete tra i servizi. Quindi la rete attuale può e deve essere migliorata. Il protocollo serve a questo, ma intanto 19 dei 22 centri non hanno ancora risposto. La lista dei coinvolti è lunga, sono i «soggetti potenziali». Eccoli: prefetto, questore, forze dell’ordine e polizia locale; Procura della Repubblica e Tribunale dei minorenni; Tribunale civile; centri antiviolenza; case rifugio; ufficio scolastico provinciale e regionale; Ulss/aziende ospedaliere; Ordine dei Farmacisti; Ordine degli avvocati; Comitato dei sindaci; Comuni; Consigliera di Parità; Città Metropolitana/provincia; Sindacati; agenzie del lavoro. Questa dovrebbe essere la rete, e prima ci vuole uno strumento condiviso.

Ma è essenziale che si formi, che funzioni e soprattutto si sappia: pensiamo che sia anche una forma di deterrenza far sapere che le donne sono protette e difese, e che molti possono farlo nella società. Bisogna anche esserne politicamente convinti: perché per esempio, la componente leghista della Commissione Pari Opportunità di Padova si oppone a quasi tutte le iniziative? E sanno per esempio i leghisti alfieri della legittima difesa che la presenza di un’arma in casa moltiplica per quattro il rischio che corrono le donne che in quella casa ci vivono? Hanno fatto i conti, negli Stati Uniti. Politicamente convinti: il sottosegretario grillino Vincenzo Spadafora entro il 30 giugno doveva presentare la relazione sulle risorse stanziate per centri e case rifugio, e non si è sentito nulla. Dovrebbero essere stanziati 20 milioni in più, ma intanto i finanziamenti 2015-2017 (85 milioni) a fine 2018 erano stati erogati al 35%. E le Regioni hanno liquidato i contributi a case rifugio e centri antiviolenza al 50%. E’ una bella idea, la rete. Non costa, sennò sarebbe a rate.

(ph. Shutterstock)