Unesco, stappiamo il prosecco. Per gli schei (non per la “cultura”)

Il verdetto di Baku fa felici tutti. Tranne chi pensa che il paesaggio non sia solo business, ma anche ecologia

Sono e siamo tutti felici per il prestigioso riconoscimento arrivato alle colline di Conegliano e Valdobbiadene con l’inserimento nella lista del Patrimonio Mondiale Unesco: in quel di Baku il governatore leghista Luca Zaia, dopo la conquista delle Olimpiadi invernali del 2026 a Cortina (e Milano), si intesta un’altra vittoria; il Consorzio del Prosecco Superiore vede capovolto il giudizio negativo dato l’anno scorso dai tecnici Icomos; gli imprenditori vinicoli hanno già gli occhi a forma di euro come Zio Paperone al pensiero che il marchio possa tradursi in una botta di promozione e pubblicità e conseguenti incrementi di ricavo; le aziende alberghiere si sfregano già le mani sperando in un aumento dei turisti; i giornali con l’applausometro un po’ troppo facile possono abbandonarsi al trionfalismo del “fare squadra”. E noi cittadini veneti non possiamo non essere contenti se l’Onu ci dà un premio.

Ma un premio per cosa, esattamente? Per chi non lo sapesse o se lo fosse dimenticato, l’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) si occupa per l’appunto di cultura. Nella quale è compresa anche la ricchezza dei paesaggi. Le targhe che affibbia a questo o quel luogo sull’orbe terracqueo discendono da valutazioni sulla loro particolarità e storicità. Punto. Non sulla loro potenza economica o sull’indotto che può derivare dal fregiarsi dell’ambito attestato. Per l’economia e il commercio ci sono altri istituti sotto egida Nazioni Unite. Ma non l’Unesco.

Ora, qua pare invece che la monocoltura del prosecco – siano santificate le sue profumate bollicine – portata sugli allori dall’exploit nei mercati, siano ragion sufficiente per aver diritto allo status di bene mondiale da proteggere. Talché la bocciatura e rinvio di un anno fa, motivata dal fatto che il paesaggio non sarebbe poi così unico e che la coltivazione del vitigno non così antica, si è tramutata in sì unanime. Qualcosa deve aver fatto cambiare idea ai severissimi giudici planetari, un po’ convinti dal dossier preparato da Mauro Agnoletti, e un po’, e forse più di un po’, fidandosi sul rispetto delle proprie raccomandazioni, quattordici in tutto (dalla mappatura degli edifici rurali alla diversificazione delle aree coltivate tra zone “core”, a maggior impatto, e “buffer”, zone-cuscinetto, dall’obbligo di darsi un piano sostenibile sul turismo, ad una maggiore democrazia dal basso per coinvolgere i residenti da anni impauriti e preoccupati per le conseguenze sull’ambiente e sulla salute dell’uso dei pesticidi).

Il presidente del consorzio, Innocente Nardi, ha sottolineato e ri-sottolineato di aver già vietato nell’aprile di quest’anno l’uso dell’erbicida glifosato, divieto imposto dalle amministrazioni comunali allarmate. Come dire: faremo i bravi ecologisti. Ma finora, le cose sono andate diversamente. Così almeno stando a una quarantina di associazioni che ecologiste lo sono per missione – Pesticides Action Network (PAN Italia), WWF, Legambiente, Marcia Stop Pesticidi, Colli Puri eccetera – le quali fanno presente che la biodiversità è stata messa sotto i piedi, che l’utilizzo di sostanze chimiche é un rischio (specie per le madri incinte) che non si può sottovalutare, che il consumo massivo di suolo per i vigneti, sbancando e ricoprendo ogni metro disponibile, erode pericolosamente il terreno. In un corposo documento di European Consumers sono elencati i casi di inquinamento dovuto ai pesticidi, tanto che a Conegliano 2552 cittadini hanno chiesto un referendum consultivo per la loro abolizione.

Ma che ci importa: viva gli schei! Sentiamo Zaia su La Tribuna di oggi: «L’appeal vinicolo-enologico è già evidente, ma ora ci sarà un indotto turistico importantissimo. Posso dire già ora che non autorizzerò nuovi alberghi. Il territorio del Conegliano Valdobbiadene dovrà puntare solo sull’ospitalità diffusa, all’interno di strutture che esistono già. È questa la vera sfida che deve coinvolgere culturalmente (sic, ndr) il territorio. Le foto sono iconiche, avremo un potere di attrazione favoloso. Bisognerà lavorare su gestione e piano di promozione di questo sito. La Regione darà vita a una fondazione, ma sarà un organismo estremamente operativo, che controllerà giorno dopo giorno come si comporteranno gli attori di questo territorio». E’ tutto molto bello, e soprattutto utile e profittevole. Ma chiamatelo business. Non cultura.