Incastrato da Maniero, “barba finta” verrà risarcita dallo Stato

Ennesima pagina scritta in un’aula di tribunale della storia della Mala del Brenta. A questo capitolo, uno dei tanti su Felice Maniero e i suoi sodali, è stata finalmente apposta la parola “fine”.

Come riferisce Angela Pederiva a pagina 9 del Gazzettino di Venezia di mercoledì, il Tar del Lazio ha imposto allo Stato il pagamento delle spese legali sostenute da un ex agente del Sisde, il cui nome resta secretato, per un processo iniziato nel 1996.

Maniero e lo Stato

La vicenda, torbida come molte altre legate al pentito, ha inizio però 4 anni prima, per la precisione il 15 dicembre del ’92, quando, in un’auto rubata abbandonata al motel Agip di Marghera,venne scoperto dalla polizia un carico di armi proveniente dall’ex Jugoslavia e destinato alla mafia siciliana. Fu la Mala a propiziare il ritrovamento tramite i servizi segreti, nella persona dell’ex .

Non è l’unica volta che sono emersi collegamenti tra la banda del Brenta e questo sottoufficiale dei carabinieri in forze al Sisde, che ha ricevuto le soffiate anche sull’eclatante rapina del mento di Sant’Antonio, fatto ritrovare nel dicembre del ’91, e l’assalto alla Pinacoteca Estense di Modena del 23 gennaio ’92, quando vengono sottratti cinque quadri di Velazquez, El Greco, Correggio e Guardi, successivamente recuperati, con la stessa modalità.

Ovviamente Maniero non fa nulla per nulla: la contropartita del ritrovamento delle armi è l’attenuazione della misura di sorveglianza speciale a cui è sottoposto.

Le accuse

Poi però, dopo le due evasioni e l’ultimo arresto, il boss decide di cambiare strategia e si “pente”. Ne scaturisce una maxi inchiesta che porta all’arresto di 106 persone, tra cui la “barba finta”, che, sulla base delle dichiarazioni di Maniero, viene accusato di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, falso materiale e falso ideologico commessi da pubblico ufficiale, concorso in detenzione illecita e porto in luogo pubblico di armi da guerra, aggravato dalla violazione dei doveri inerenti ad una pubblica funzione. 

23 anni di battaglie legali

Nel 2008, dopo 12 anni, il procedimento a carico dell’ex sottufficiale si chiude con un’assoluzione piena e viene quindi avviato il ricorso al Tar del Lazio per il risarcimento delle spese legali, che ammontano a oltre 94 mila euro. Dopo 10 anni il tribunale del riesame dispone che venga adeguatamente motivata la congruità dell’importo, posto che l’Avvocatura dello Stato ha già riconosciuto la «particolare delicatezza e complessità dei fatti e delle questioni giuridiche trattate nel procedimento penale», la «gravità delle contestazioni e delle imputazioni», la «considerevole durata del procedimento penale»