Zonin, lo smisurato orgoglio di un sovrano decaduto

Analisi in controluce dell’ultima uscita pubblica dell’ex presidente BpVi. Che riassume la sua nota tesi difensiva: tutti responsabili, tranne lui e l’ex cda

La linea difensiva di Zonin Gianni, imputato nel processo sul crac della Banca Popolare di Vicenza, era già nota. In una pausa dell’udienza di ieri l’ha solo ribadita. Questa volta, però, marcando l’accento sull’«orgoglio veneto». L’orgoglio di che?

L’ex presidente dell’istituto fallito è convinto che se la trevigiana Veneto Banca avesse palpitato come lui di sani sentimenti localistici e si fosse piegata alla volontà sua (e di Banca d’Italia) di giungere alla «indispensabile» fusione, l’ingloriosa fine sarebbe stata scongiurata. La colpa è dell’ex amministratore delegato e suo rivale storico, Vincenzo Consoli: «Mi sono spesso chiesto perché il matrimonio alla fine non si sia fatto. Ci ho pensato e riflettuto e sono arrivato a darmi una risposta: il presidente di BpVi era veneto e molti consiglieri della Popolare erano veneti; l’amministratore delegato di Veneto Banca invece non era un veneto». Ah, ecco: siccome Consoli é nato a Matera, in Basilicata, insomma è lucano, da qui derivano tutti i guai che hanno portato al collasso finale. Lo scrittore settecentesco inglese Samuel Johnson diceva che il patriottismo è l’ultimo rifugio di chi ha la coscienza sporca. Zonin rivendica di averla «a posto».

«Un esame di coscienza quando?», gli chiedeva invece il 14 luglio 2016 l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. Ben sapendo, probabilmente, che non avrebbe ottenuto soddisfazione. L’ex numero uno per vent’anni della popolare vicentina l’ha ormai fatto sapere e ripetuto lui stesso in più occasioni: non ha nulla da rimproverarsi. Nel dicembre 2016 depositò una causa civile al tribunale di Venezia contro la sua ex banca, senza per altro chiedere un euro di risarcimento danni, per vedersi riconosciuta la tesi secondo cui lui non avrebbe nessuna responsabilità gestionale nel disastro. La colpa sarebbe della crisi economica, della politica prussiana di ripatrimonializzazione imposta dalla Bce e forse anche delle cavallette. Sicuramente, per lui, dei suoi ex dirigenti, in testa l’ex direttore generale e consigliere delegato Samuele Sorato, che gli avrebbero nascosto il miliardo di azioni finanziate tramite le cosiddette operazioni “baciate”, i fidi erogati per far acquistare quote e garantire solidità patrimoniale alla banca, così da evitare sanzioni e poterne continuare la crescita. Lui ne sarebbe venuto a conoscenza solo il 7 maggio 2015, dal capo degli ispettori della Bce.

Nel 2017, sentito in quella mezza farsa che è stata la prima commissione parlamentare sulle banche (la seconda caldeggiata dal Movimento 5 Stelle é ancora al palo), fra i molti «non ricordo» testimoniò che sì, nel 2014 un ex dipendente ebbe a scrivere una lettera «asserendo che ci potesse essere qualche “baciata”. Questa lettera è stata data a chi di competenza ma, alla fine, l’organo di controllo non ha trovato nulla». Era l’ex gestore private Antonio Villa la cui causa di lavoro fece scaturire un’indagine dell’audit interno, guidato da Massimo Bozeglav, che invece le “baciate” le trovò, ma che secondo un rapporto del collegio sindacale non arrivò sul tavolo del consiglio d’amministrazione se non alla fine dell’agosto 2015, a buoi abbondantemente scappati. Secondo Bozeglav, per gli amministratori era facile accorgersi del sospettato finanziamento illecito guardando le schede dei fidi che arrivavano in cda. «Avrei dovuto richiamarlo (Zonin, ndr) – disse al Corriere del Veneto – su irregolarità che vedevano coinvolti alcuni esponenti di spicco del cda, da lui saldamente controllato» (e qui la versione di quest’ultimo diverge sui tempi da quella di Sorato, che su questo giornale online segnalò che fu lui a sollecitare l’audit a vederci chiaro; ma non nel 2014 come sostiene Bozeglav, ma nell’aprile 2015, due mesi dopo essere diventato consigliere delegato).

In tutto ciò, Zonin si limitava a presiedere maestosamente ma, a quanto pare, alquanto inutilmente il board supremo. «Come potevo sapere tutto quando andavo in banca un giorno alla settimana e gli altri ero sempre in giro per l’Italia a rappresentare la banca. Come facevo in un solo giorno essere a conoscenza di ogni cosa? Il cda sapeva della strategia non delle operazioni»: così ieri, l’ex dominus a sua insaputa. Semmai ecco, secondo lui un altro colpevole è Bozeglav con tutti gli addetti ai controlli interni. Leggiamo dal Giornale di Vicenza di oggi: «Queste persone dovevano riferire direttamente al consiglio di amministrazione, senza passare attraverso il management, ma non è mai stato fatto. L’audit interna non ha funzionato». Invece, come si è visto, funzionò. Ma male. O non abbastanza – cosa di cui non risulta i responsabili hanno reso mai conto davanti a chicchessia.

«Il capo dell’area crediti ha mostrato a Bankitalia alcune operazioni finanziate, non baciate, agli ispettori. Che non hanno detto niente. E io non sono un tecnico che può capire queste cose». Zonin si riferisce addirittura a qualche anno prima, il 2012. Ora, sono anni che si scrive da più parti che la banca centrale ha avuto un atteggiamento, diciamo, meno severo riguardo la BpVi rispetto a Veneto Banca. Accusa questa sempre respinta da Palazzo Koch con sdegno. Ma basta tornare alla memoria al 2013, a quello strano caso delle due ispezioni di opposto segno – a distanza di appena 13 dicasi 13 giorni lavorativi – che in quell’anno frugarono nei cassetti di Veneto Banca, per porsi quanto meno qualche inquietante interrogativo. Ad esempio sulla fretta birbona che prese a un tratto Bankitalia nello spingere i trevigiani all’abbraccio coi vicentini. O sul fatto, inspiegabile anzichenò, per cui l’anno successivo, nel 2014, quando l’ispezione della Bce esaminò il 58% del portafoglio crediti delle banche in vista degli stress test autunnali, Veneto Banca la sfangò, mentre la BpVi – giudicata di «elevato standing» dai mastini di Bankitalia – risultò in deficit di capitale di 225 milioni.

Ma andiamo penosamente avanti. Il nocciolo della tesi zoniniana è che l’odiato Consoli, reo di non sentir l’amor patrio veneto, rese impossibile blindare le due banche territoriali accorpandole in un’unica superbanca. Ora, facciamo finta che di mezzo non ci siano stati gli ovvi problemi che le fusioni comportano sempre per chi deve poi comandare, cioè appunto chi comanda una volta sotto lo stesso tetto (ed è arduo immaginare due personalità forti come Zonin e Consoli che cedono l’uno all’altro una fetta di potere trovando un compromesso), é proprio l’idea che un’aggregazione sarebbe stata la panacea di tutti i mali, a non essere affatto pacifica. Fra le tante prese di posizioni sfavorevoli, citiamo qui una che proviene non da un giocatore in campo, ma da un docente della Ca’ Foscari Challenge School, il professor Ugo Rigoni: «Le nostre popolari venete non hanno più niente di territoriale. Stanno su dieci territori diversi e si occupano di aree rurali, industriali, finanziarie in luoghi distanti e diversi tra loro. Non si capisce perché debbano avere un sistema di governo diverso dalle altre banche. Aggregare due popolari con le debolezze emerse in questi anni e con una tale sovrapposizione di sportelli sul territorio lascerebbe forse la testa finanziaria in Veneto, ma lascerebbe a casa anche molti lavoratori senza necessariamente migliorare l’erogazione dei crediti a imprese e famiglie» (17 febbraio 2019). Traduciamo: due che si sono fatti la guerra fino al giorno prima, contendendosi il territorio palmo a palmo in spietata concorrenza, difficile che in nome di unpresunto “venetismo” molto poco imprenditoriale e manageriale si scoprano alleati e addirittura amanti.

In queste settimane Zonin ha assistito, a volte anche di persona, ad una sfilata di ex soci della banca, imprenditori e persone facoltose che tutto possono essere che tranne ingenue, per capirci industriali di successo come Loison e Ravazzolo, che finalmente tirando fuori quel coraggio che é mancato alla “buona società” vicentina nell’ultimo ventennio, hanno sostenuto che Zonin sapeva eccome delle “baciate”, e che usando il sistema dell’influenza personale, delle relazioni e rassicurazioni, delle cene e del fare da buon padre-padrone, avrebbe come minimo avallato l’operato del suo istituto. L’interessato minimizza: «io non parlavo mai di lavoro fuori dalla banca. È vero, si facevano tre-quattro cene all’anno, a Brescia, in Friuli, a Vicenza, ma erano cene per intrattenere rapporti cordiali con gli invitati, non per parlare o discutere di lavoro». Anche qua, onde evitare di dar voce a denti marci e avvelenati, ex cortigiani vendicativi e gerarchi e gerarchetti passati all’anti-zoninismo a Regime caduto, sentiamo ancora quella del rispettatissimo De Bortoli su Vvox due anni fa: «E’ l’infinita trappola dell’appartenenza. Si diventa partigiani di una comunità, convincendosi che sia la migliore di tutte, che venga discriminata dal potere centrale. Tutti intonano la stessa opinione, in una sorta di Rotary cittadino. Intendiamoci: ci sono aspetti positivi in questo, ma quando qualcuno spezza il circuito dell’unanimità viene considerato un nemico, un disturbatore della pubblica quiete, visto come quello che si mette di traverso, e viene isolato ed espulso».

Quanto a Zonin, «non mi sembrava un “presidente di campanello”, che si limitava ad esercitare un semplice ruolo di rappresentanza. Sorato, se non erro, l’ha scelto lui: se Sorato ha sbagliato, c’è una responsabilità oggettiva di chi l’ha scelto. Cosa manca, allora? Se fosse stato più tranquillo con la coscienza, non avrebbe proceduto alla separazione patrimoniale dei suoi beni a favore dei parenti. Io Zonin l’ho conosciuto, e ho visto in lui un imprenditore di grande attività, anche se sussiegoso e con un po’ d’arroganza. Il suo è il caso di chi forse è rimasto vittima dell’eccesso di potere: succede alla presidenze principesche, di lunga durata, che poggiano su un sistema in cui tutti, anche la stampa, sono legati l’uno all’altro».

Dulcis in fundo, il procuratore (ormai in uscita) di Vicenza, Antonino Cappelleri. Nel libro “Banche impopolari” di Franco Vanni e Andrea Greco uscito nel 2017, così si espresse: «Già nell’inchiesta del 2001 (…) risulta evidente come il presidente elargisse denaro tramite la banca ai propri familiari, con triangolazioni garantite della stessa Popolare attraverso altre banche. Erano operazioni di cui il management di BpVi era a conoscenza, ma nessuno aveva la forza nè tanto meno la volontà di opporsi al presidente. Anche nel 2008 le critiche mosse da Banca d’Italia alla Popolare di Vicenza riguardavano soprattutto l’eccessivo dirigismo del presidente, che da solo determinava la politica della banca. Ed è una storia di comportamenti abusivi, in molti casi intenzionali. Tengo a precisare però che nessuno degli elementi che ho qui riassunto ha mai portato a una richiesta di rinvio a giudizio. E in ogni caso questi rilievi non rientrano nell’indagine attualmente in corso a Vicenza». Il rinvio a giudizio, come si sa, c’è stata: l’indagine si è tradotta nel processo in corso.

I lettori perdoneranno l’autocitazione, ma in una tristemente ironica “psicoanalisi” di Zonin Gianni scrivevamo: “il suddetto soggetto potrebbe essere affetto in proporzioni smisurate da una comune sindrome, l’insaputismo, per altro molto diffusa in Italia, tanto che la recente scienza psichiatrica ne ipotizza la natura contagiosa, come un bacillo che si spande nell’aere quando si mette piede e si ottiene la targhetta col proprio lucente nome nei consigli d’amministrazione, composti da preparatissimi e curriculatissimi gonzi mezzi ciechi, mezzi sordi e mezzi muti”. Gli è che i signori amministratori erano pure pagati. Coi soldi dei soci. Anche con quelli del signor Antonio Bedin, pensionato di Montebello, paese dell’ex presidente vittima degli eventi. Bedin si sparò al petto il 15 giugno 2016.

(ph: Imagoeconomica)