Donna? Puoi fare sport solo per diletto

La legge 91 dell’81 riconosce solo il professionismo maschile. La rivolta guidata dalle calciatrici della Nazionale

Ben pochi italiani (italiane comprese) fino a pochi giorni fa sapevano che, nello sport nazionale, le donne non possono essere professioniste. Una discriminazione incredibile, che resiste ancora settantre anni dopo l’introduzione nella Repubblica del suffragio universale.

Anche in questo caso l’iniziativa della rivendicazione è scaturita dallo sport più popolare, il calcio. È stata Sara Gama, capitano della (sopravvalutata) Nazionale femminile ai recenti Mondiali francesi, a focalizzare sul problema in occasione del ricevimento delle azzurre al Quirinale dopo l’eliminazione ai quarti di finale. «Non è più possibile rimandare il professionismo, non si può rinunciare a determinati diritti. Non si gioca alla pari, se vogliamo competere e portare a casa domani un Mondiale bisogna fare così». Una dichiarazione perentoria e netta e da queste parole si è scatenata la polemica.

Oggi una donna italiana può fare sport solo come dilettante, praticamente solo per divertimento, svago e benessere. Non può lavorare nello sport e quindi non ha tutele sanitarie, sociali, previdenziali ed economiche.

Manuela Di Centa, sette medaglie olimpiche e sette mondiali, svela un’altra inaudita discriminazione: «la parità sul campo di gara è stata ormai raggiunta, dove non siamo messi assolutamente bene è nella dirigenza: nel CONI ci sono 44 federazioni e non c’è una presidente donna».

E nel Consiglio Nazionale del Comitato Olimpico le cose non vanno meglio: sono solo otto le donne su ottantadue membri, meno del 10% del totale dei componenti.

Fino a pochi anni fa addirittura i premi per gli azzurri alle Olimpiadi erano diversi a seconda del genere, quelli per le donne medagliate erano inferiori mediamente del 30%. E così era anche nelle altre grandi manifestazioni sportive internazionali.

Sarà forse anche a causa della ridotta presenza femminile negli organismi sportivi che, finora, il tema del professionismo rosa è stato eluso. Le poche donne elette nel CONI e nelle Federazioni non sono riuscite nemmeno a portare a galla il problema, non ne hanno avuto la forza.

Dove e come nasce in Italia lo stop al professionismo delle donne? La colpa, per così dire, è del vuoto normativo. La legge n. 91 del 1981 (Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti), meglio conosciuta come Legge sul professionismo sportivo, è stato il primo e resta il solo provvedimento legislativo in materia.

La legge è piuttosto lacunosa: lascia libere le Federazioni di aderire o meno al settore professionistico e rimette la definizione di professionismo e dilettantismo al CONI che, peraltro, in questi anni non mai provveduto. E nessuna Federazione si è curata di sollecitare la fissazione dei criteri distintivi. Si va quindi per esclusione: tutto ciò che non è professionistico è dilettantistico.

Il quadro è complicato dal fatto che sono solo sei le Federazioni che hanno aderito al professionismo: Calcio, Basket, Golf, Ciclismo, Motociclismo e Pugilato. E per di più, all’interno di queste Federazioni, il professionismo nemmeno è riconosciuto a tutti i livelli. In Federcalcio, ad esempio, solo a chi è tesserato in Serie A, B e Lega Pro. Ma il paradosso più vistoso e inspiegabile della Legge 91 è che comunque riserva il professionismo solo agli uomini! 

Conclusione: tutte le atlete italiane sono giuridicamente dilettanti. E un’attività sportiva, sia pure svolta da una donna in modo continuativo e oneroso, è comunque dilettantistica. Oltre alla ingiustizia, siamo davanti ad una situazione assolutamente anacronistica. Ma a chi è venuto in mente, solo quarant’anni fa (mica nell’800), che le donne dovessero fare sport solo per diletto? E com’è possibile che questa assurdità si sia trascinata fino a oggi? E dire che in altri aspetti sociali fondamentali come il lavoro, la politica e il diritto, un movimento globale qual è stato il femminismo negli stessi anni ha cancellato le differenze fra i generi. Ma non nello sport. Un mistero.

Il mondo dello sport non si è certo fatto in quattro per rimediare nel frattempo. Presidenti e consiglieri del CONI e delle Federazioni hanno dovuto dedicare la maggior parte del loro tempo e della loro attenzione alla guerra (persa) con il Governo per la riforma della assegnazione dei contributi statali.

Si è mossa invece la politica. La senatrice Alessandra Maiorino (Cinque Stelle) è la prima firmataria di un disegno di legge, presentato nel novembre dell’anno scorso, in cui si propone di aggiungere all’articolo 2 della Legge 91 la frase: «per ogni disciplina regolamentata dal CONI è vietata qualsiasi forma di discriminazione di genere da parte delle federazioni sportive nazionali per quanto attiene la qualifica di atleta professionista». La stessa modifica è proposta da un altro ddl, presentato da Claudio Barbaro della Lega Nord.

A nome del governo ne ha parlato il sottosegretario con delega allo sport Giancarlo Giorgetti. Riferendosi al Collegato sport, che dovrà essere approvato al Senato per conferire le deleghe all’esecutivo, ha precisato: «il professionismo del calcio femminile lo stiamo facendo, ci sono le deleghe al Governo per rivedere tutto il professionismo sportivo».

(Ph. Facebook – Figc)