Skillato sarà lei, caro il mio (dis)educatore

Il 35% dei ragazzi di terza media non capisce quello che legge. La colpa? Soprattutto del sistema-scuola. E dell’effetto Aiace

Come ogni anno, l’esito disastroso delle prove Invalsi provoca una rumorosa e transeunte reazione. Il giorno stesso ci si strappa i capelli, il giorno dopo si parla di altro. Eppure questa dovrebbe essere una vera e propria emergenza nazionale. Il centro dell’agenda politica e del dibattito pubblico. Mettendo insieme questi risultati con altri dati, si scopre che il nostro paese sta passando attraverso una vera e propria apocalisse culturale. Apocalisse vuol dire che son cavoli amari, una cosa grossa: se ti succede e non ti scomponi, non reagisci, o sei un Buddha o sei un coglione.

Quindi il 35% dei ragazzi di terza media non capisce quello che legge. Bene. Poi, però, finita la scuola non leggiamo più. Solo il 40% degli italiani legge almeno un libro all’anno. Chi legge un libro all’anno non è uno che legge, è un lettore debole. Il 60% degli italiani non legge nulla, due italiani maschi su tre non leggono neanche un libro. Per capirsi il 92% dei norvegesi e il 90% dei francesi almeno un libro lo legge. Da noi neanche la classe dirigente legge. Del resto, la sottosegretaria ai Beni Culturali della Lega Lucia Bergonzoni ha dichiarato di aver letto l’ultimo libro tre anni fa. Per questo è stata scelta, è una senza grilli per la testa, una pratica, per la cultura ci vuole gente con la cultura del fare, che è stufa delle parole perché ci vogliono i fatti. Quindi se vuoi gestire la cultura, non devi perdere tempo a leggere.

Ho sentito alcuni Savi confindustriali esprimere una visione simile: la scuola è troppo verbosa, astratta, si studia ancora letteratura, ‘ste cose vecchie, bisogna portare il lavoro nelle scuole, ci vogliono le competenze, le soft skills, perché bisogna essere skillati. Quindi siamo diventati tutti skillati, pieni di competenze trasversali che le conoscenze non servono, ma il risultato dell’ultima ricerca Piar-Osce è impietoso: il 70% degli italiani dai 15 ai 64 anni non capisce quello che legge, un paese di analfabeti funzionali. Se veramente stiamo entrando nell’economia della conoscenza e non capiamo quello che leggiamo c’è da preoccuparsi. Se democrazia vuol dire che la sovranità è nelle mani del demos, ma il 70% di chi vota non è in grado di capire un editoriale e quindi le questioni che la contemporaneità ci impone, forse la qualità della nostra forma di governo declina.

Di chi è la colpa? Le motivazioni sono molteplici, ma vorrei qui soffermarmi sulle responsabilità della scuola. Perché, come ricorda Galimberti, nel 1978 un ginnasiale conosceva 1600 parole e adesso ne conosce 500? Le cause, dal mio punto di vista sono due. Una economica e una organizzativo-pedagogica. L’Italia si conferma agli ultimi posti in Europa per investimenti in formazione: il 4% del Pil, sotto di quasi un punto rispetto alla media Ue (4,9%) e poco più della metà di quanto investito in Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). Questo come si traduce? Dal momento in cui l’80% della spesa dell’istruzione è per gli stipendi degli insegnanti, significa che gli insegnanti in Italia sono pagati poco. Dopo magari una decina anni di precariato i nostri docenti entrano in ruolo. La prima paga di un insegnante italiano è 21mila euro lordi (poco più di 1400 euro netti al mese), di uno spagnolo 33mila e di un tedesco 46mila.

Pagare poco gli insegnanti ha due conseguenze. I migliori non fanno gli insegnanti. Mediamente un laureato guadagna in Italia 39mila euro e un professore 27mila, come un non laureato. Se sei bravo, e non sei attraversato da una vocazione divina, fai altro. Infatti i due migliori sistemi scolastici al mondo, quella finlandese e quello sudcoreano, agli antipodi come modalità pedagogiche, hanno in comune stipendi alti agli insegnanti. In quei paesi i migliori laureati vogliono fare gli insegnanti perché guadagnano tanto e se guadagni tanto sei figo. Ecco la seconda conseguenza. In un mondo in cui il denaro è l’unico generatore simbolico di valori e significati, chi guadagna poco non ha un grande riconoscimento. L’allievo ascolterà di più il povero insegnante o il padre che, pur avendo come titolo di studio il battesimo, guadagna di più?

Poi dagli anni ’90, a forza di circolari ministeriali scritte in burocratese, il messaggio che hanno cominciato a mandare i Dirigenti è stato sempre più nitido: le 5 materie sotto devono diventare 3, il 4 diventa 6, guai a bocciare, bisogna mandare avanti tutti. Se abbassi lì asticella sempre di più, i ragazzi smettono di studiare. Secondo il professor Roberto Contessi, che ha scritto “Scuola di classe”, questo errore imperdonabile ha creato l’effetto Aiace. Aiace è l’eroe omerico che viene sconfitto molte volte, ma ha sempre il coraggio di rialzarsi. Non ha il talento di Ettore, ma lo studente Aiace studia, si impegna e alla fine raggiunge il 6. Poi c’è lo studente Proteo, che per definizione cambia forma, è sempre dal Dirigente, in palestra, a consolare un’amica in lacrime. Magari prende 4, ma il 4 diventa 6, così dopo un po’ di anni Aiace capisce che non vale la pena impegnarsi e diventa Proteo.

La scuola inclusiva non è quella che abbassa le richieste. E’ quella che offre gli strumenti e l’aiuto per raggiungere gli obiettivi richiesti. Dalla scuola inclusiva siamo passati alla scuola permissiva. Se abbassi il livello, credendo di aiutare i più deboli, in realtà penalizzi proprio i più poveri, perché se il livello è sempre più basso poi la società sceglierà attraverso le relazioni. In un paese senza mobilità sociale come il nostro, dove conta di più dove sei nato rispetto alle capacità che ti sei costruito, una scuola debole non rimuove le differenze ma le registra. Non è più un ascensore sociale, ma un nastro trasportatore, un tapis roulant.

(Ph. Einur – Shutterstock)