Pedemontana quiz: fanti, fuffanti o furfanti?

Riassunto ragionato degli irrazionali sviluppi di un’opera irragionevole. Che dimostra quanto poco dobbiamo essere orgogliosi di certo “orgoglio” veneto

Chi nasce in questa regione impara, fin dall’infanzia, molte leggende popolari. La più replicata è quella del Veneto intelligente e operoso: “Qui le persone lavorano molto e con amore, fanno le cose fatte bene, superano assieme le difficoltà…”. È in parte vera, per carità: i veneti capaci e bravi ci sono. Ma non così tanti se continuano a lasciare strada a ladri e criminali. Evidentemente siamo un po’ distratti, come minimo. L’ideale per ladri e criminali.
La Pedemontana è la nostra grande occasione: far vedere a tutti cosa siamo capaci di fare. Il tracciato, che sfiorando le montagne collegherà Vicentino e Trevigiano con le sue migliaia di aziende votate all’export, è la più importante opera stradale italiana di questi anni. Niente, da nord a sud, ha un impatto paragonabile. Lunghezza a parte, quasi 100 chilometri di percorso, l’opera dovrebbe infatti offrire: 1) più velocità e comodità negli spostamenti; 2) più sicurezza e meno incidenti, grazie alle nuove tecniche costruttive; 3) più forza alla nostra economia; 4) Il minor impatto ambientale possibile; infine, ma non meno importante 5) la dimostrazione che il Veneto sa fare le cose meglio degli altri e rispettando i tempi.
Vediamo invece perché siamo circondati, ci piaccia o meno, da fanti, fuffanti e furfanti.

Abbiamo Regione noi

È il 2006 quando la Pedemontana comincia a prender forma: uno dei migliori cellulari è il Sony Ericsson e Apple non ha nemmeno cominciato. L’auto dell’anno è la Clio e la moderna 500 non va oltre i disegni. Scudetto all’Inter e Juve che retrocede in B per lo scandalo Moggi. Un’altra era. Infatti la Pedemontana, che proprio allora comincia a prendere forma come autostrada (“Il Veneto pretende una vera autostrada per la sua economia vincente” esordiscono i parrucconi politici dell’epoca) viene poi trasformata in superstrada (“Come abbiamo sempre sostenuto, è la soluzione ideale perché, diversamente dall’autostrada, non peserà per nulla nelle tasche dei Veneti”). Oggi, dodici anni dopo, ha cambiato nome più volte ma è ancora un assoluto niente. Anzi, un niente che pare qualcosa, visto che l’hanno infiocchettato con una presa per il c…antiere, aprendo, pochi mesi fa, il “primo tratto di questa grandissima opera”. Così almeno lo hanno chiamato i politici di casa nostra e pazienza se si parla di 7 ridicoli chilometri di percorso, che portano dal niente al niente.
A metterci la faccia davanti alle telecamere sono stati Zaia e Salvini. Fossero rimasti almeno zitti: oltre a stappare bottiglie si sono lanciati in bestialità tipo “È questa l’Italia che vogliamo!”. Siete sicuri? O meglio: ma sio sicuri?

Auto nuova? Solo 120 mila euro!

Eccola infatti, l’Italia made in Veneto che vogliamo: tredici anni per un tratto di strada che percorri in 3 minuti e mezzo e poi sei di nuovo nel caos. Vabbè, ho speso meno di un caffè per il pedaggio. No, fai meglio i conti: abbiano speso qualche milione di euro per ogni giro di ruota. Ma un giorno una fine ci sarà. I 90 e più chilometri che mancano (il 90 per cento dunque) alla fine prenderanno vita. “Se non ci fosse la Magistratura che rompe l’anima per ogni cosa – criticano i favorevoli – i tempi di consegna potrebbero essere perfino dignitosi”. I favorevoli siamo noi, i veneti che “quando si comincia una cosa bisogna portarla a termine”, ben supportati da costruttori e politici. Nell’attesa possiamo ragionare sulle cifre: avremmo dovuto spendere 2 miliardi di euro e 300 milioni, scrivevano con precisione assoluta prima di cominciare. “No, si arriverà a 12 miliardi” dicono ora. Dette così queste cifre non fanno nessun effetto. Ma se ragioniamo in piccolo scopriamo la realtà. Sarebbe come se l’auto da 22 mila euro che abbiamo ordinato ci venisse consegnata in ritardo di vent’anni e al prezzo di 120 mila euro. Senza nessuna possibilità di dire “non ci sto”: silenzio e pagare. Faremmo una strage, come minimo. I soldi li portano via senza nemmeno farteli vedere. Senza nemmeno farti capire che sono roba tua.

Huston, abbiamo un problema

Ora si sarebbero inventati l’ennesimo crimine, quello di tenersi anche i soldi per acquistare i materiali di qualità sostituendolo con schifezze. È proprio questo che è venuto fuori dalle ultime inchieste, culminate con il sequestro della galleria di Malo, sette chilometri di buco dal quale scappano perfino gli operai durante la costruzione. Qui è successo, almeno stando all’indagine in corso, quel che neanche ai tempi di Tangentopoli: avrebbero preso i soldi buoni per comprare materiali buoni e poi hanno tenuto il malloppo comperando materiali scadenti. Un trucco fantastico. Non ci può essere di peggio, verrebbe da pensare. Ma non è vero, il peggio c’è e lo abbiamo già visto nel corso di altre opere nel nostro Grande Veneto Produttivo (scusate le maiuscole, ma non dimentico i titoloni dei colleghi della grande stampa quando presentano queste vergogne). I maestri del progresso sostituiscono al materiale di qualità non solo materiale scadente ma perfino rifiuti speciali pericolosi, per i quali si erano precedentemente fatti pagare lo smaltimento in luoghi sicuri. Geniale davvero: prendono i soldi due volte e piazzano, sotto al sedere di figli e nipoti, un materiale che farebbe schifo perfino alle terre di Chernobyl. Ci sono punti delle nostre autostrade nei quali facciamo bene a correre forte: invece che sul solido asfalto, le ruote girano su discariche radioattive.

Libera nos a Malo

Esagerare alla fine non paga. Queste vergogne possono restano nascoste anche per anni ma ogni tanto si fanno strada verso la luce. Soprattutto quando qualcuno muore, come l’operaio di 54 anni Sebastiano La Ganga, caduto nell’aprile 2016 proprio durante la costruzione di un tunnel, a San Tomio di Malo. Pochi i titoloni per una persona che non aveva famiglia da queste parti. Ma un morto scompagina le carte: si scopre via via che in quel cantiere non c’è stato un semplice crollo, come poteva apparire; ce ne sono stati altri, anche a distanza di tempo. Se le notizie arrivano sottovoce non è un caso; agli operai stessi si dice di tenere la bocca chiusa e minimizzare: “Se fermano il cantiere, voi perdete il lavoro” è la sorridente minaccia.
Vero è che i media dovrebbero concentrarsi di più su queste situazioni. Ma non è facile: non è facile capire, non è facile spiegare e soprattutto non è facile rompere le scatole a un’opera che muove molti soldi e molta fantasia. Sono i lettori stessi a darne la prova: se vediamo un pezzo dal titolo “Inchiesta sul capitolato di spesa del secondo tratto della superstrada” scappiamo subito. “Immigrato col coltello a Campo Marzo” è molto più leggibile e comprensibile.

Veneto ai veneti: rubiamo a casa nostra

Da un’indagine all’altra il passo è lento, ma costante. Vengono a galla una marea di irregolarità, piccole ed enormi: materiali sbagliati, mancati controlli, autorizzazioni fuori legge. E leggendo bene nomi e numeri di questo scandalo, si scopre che le imprese indagate o comunque sotto osservazione non vengono da Crotone o Reggio Calabria. Anzi: Trissino, Piovene Rocchette, Mogliano Veneto, Cesena, Brescia… Forse la colpa è soprattutto nostra. Se vi guardate attorno, percorrendo le strade di fortuna che affiancano la Pedemontana, dovreste aver notato che le persone all’opera non erano mai così tante come sarebbe logico aspettarsi. Ho fatto quelle strade decine e decine di volte: nella maggior parte dei viaggi incrociavo un paio di betoniere e cinque operai. Nel frattempo passavo di fianco alla caserma Dal Din, quella voluta dagli americani di fianco all’ex aeroporto Dal Molin. Il confronto era impietoso: la caserma è stata progettata, cominciata, finita e messa in attività nel tempo in cui sulla Pedemontana si alzava un pilone. Insomma, “l’operatività veneta” la sanno usare benissimo gli americani; noi zero assoluto. Ma come detto, più durano i lavori, più i furbi ci guadagnano.

Il quizzone: tu che veneto sei?

La morale, se una morale ci dev’essere, è che il veneto (con la v minuscola) dovrebbe prendersi più cura di quel che gli appartiene. Lasciando da parte il tifo. Anzi, sarebbe bellissimo se proprio quel cinquanta per cento di corregionali che crede nella Lega (o che almeno la vota) fosse il primo a darsi da fare per un Veneto in cui si lavora col cuore, col cervello e non si ruba. Finché il potere ce l’ha Zaia, è a lui e ai suoi uomini che abbiamo il dovere di chiedere il conto. Se tra cinque anni saremo ancora qui a festeggiare l’inaugurazione di altri dieci chilometri di strada e a far finta di niente sull’ennesima inchiesta per frode e omicidio colposo, significa che questo è quel che meritiamo. A noi basta che non lo facciano entrando direttamente in casa: lì spariamo. Se invece rubano in grande stile, applaudiamo.
In fondo basta scegliere: difficile stare con i furfanti, quelli che usano materiali per cui ti crollano in testa le gallerie. Brutto anche con i fanti, quelli che si mettono in fila zitti perché “Magari ci guadagno qualche briciola anch’io”. Ma nemmeno con i fuffanti, quelli del “Ma in fondo qualcosa si è fatto”, “Non è tragica come sembra” e “Sempre meglio noi che loro”. I peggiori, anche se non sembra a nessuno.

(ph: Wikipedia)