Cevese rifiutato, Vicenza vergognosa

Lo storico dell’arte dovrebbe essere un orgoglio per la città. Ma non risparmiava sferzate. E quindi era sopportato

Scrissi questo articolo nel settembre del 2009, in occasione della morte del prof Renato Cevese. Alla luce di quanto pubblicato dal Giornale di Vicenza del 17/7/19 (“La statua di Cevese non trova dimora”), potrei riscriverlo oggi tale e quale. Il disprezzo per la memoria e per i meriti del Professore non è diminuito, anzi si è accresciuto, ed oggi si manifesta in nuove e misere forme. Posso dire – e non è la prima volta che lo penso – che mi vergogno di essere vicentino?

Dunque il Professor Renato Cevese è morto, il vecchio Maestro se n’è andato, e non è difficile immaginare la fioritura di commemorazioni che la città gli dedicherà: articoli sulla stampa locale, ricordi di insigni colleghi, convegni, conferenze. Magari daranno il suo nome ad una strada; magari – è una mia idea, e qui la propongo alla città – si potrebbe reintitolargli il Liceo Classico, dove, per tanti anni, magnificamente insegnò. Tuttavia, lasciatemi dire una cosa. Nonostante tutto, nonostante la fama e gli onori che in vita aveva meritato, e l’unanime reverenza di cui era circondato, personalmente ho sempre avuto l’impressione che la sua città – parlo delle istituzioni – non lo abbia mai amato davvero. Certo, lo si riveriva, ed a lui ci si inchinava – e come si sarebbe potuto fare altrimenti! – ma a me è sempre sembrato che, in fondo, si guardasse a lui, non dico con sufficienza, ma con una certa sopportazione. Come quei vecchi nonni, sapete: saggi, e rivestiti di autorità – per carità! – cui nessuno oserebbe mancar di rispetto, dei quali perciò si sopportano con bonarietà fissazioni e manie.

Conservo ancora la pagina 6 del Giornale di Vicenza del 26 luglio 1997, nella quale, forse per l’ultima volta, il Professore ebbe modo di aprire il suo cahier de doléances sulle brutture architettoniche che, dal dopoguerra ai giorni nostri, avevano snaturato ed avvilito la sua amatissima città. Non mi è possibile, naturalmente, riportarla qui tutta: e così dovrei fare, perché Cevese avrebbe potuto oggi riscriverla tale e quale, tale e tanta è stata l’indifferenza della città alle sue reprimende. La “porta littoria” inflitta dal Fascismo alla Loggia del Capitaniato; l’orribile inserto di cemento davanti a Santa Chiara; il “palazzo di vetro” di Piazzale Giusti; i colonnati “di rigurgito fascista”, come Cevese stesso ebbe a definirli, della ex Fiera, che immiseriscono il Giardino Salvi; l’ignobile condominio Everest, che da via Torino contende il cielo al campanile dei SS. Felice e Fortunato; eccetera eccetera.

Per finire – ma non credo sia stata la sua ultima “sconfitta” – alla battaglia che inutilmente combatté, in occasione della ripavimentazione di Piazza dei Signori, affinché venisse scoperto il crepidoma che Palladio aveva progettato per dare slancio all’edificio della Basilica. Non una – ma sarei lieto di essere sbugiardato – non una delle sue proposte per riportare la città alla sua antica dignità, è stata accolta, e penso proprio di non poter essere smentito se dico che oggi Vicenza è certo più brutta di quando, quel luglio del 1997, il Professore scrisse il suo articolo. Tutto sommato, penso che ad averlo davvero amato ed autenticamente rispettato – per il suo animo, oltre che per la sua scienza – siano stati soprattutto i suoi ex allievi, che hanno conosciuto dal vivo quanto vero e profondo fosse il suo amore per la città, quanto incredibilmente acuta fosse la sua sensibilità artistica, e quanto bella la sua umanità. “Signore”, se mai ne ho conosciuto uno, fu il Professor Cevese, gentiluomo cortese ed elegante.

Docente solenne e pacato, la cui autorità emanava e s’imponeva da sé – ché io non ricordo di avergli mai sentito pronunciare una sola parola a voce men che misurata – ma al tempo stesso dotato di finissima ironia, di cui spesso era sufficiente un lampo per rimettere a posto le intemperanze di noi sessantottini arroganti. Ancor oggi, certe sue uscite mi risuonano nella mente, dopo quasi quarant’anni, ed ancora ne godo intimamente. Esigente, corretto e di una serietà veramente d’altri tempi, ma anche profondamente rispettoso nei confronti degli allievi, che per questo lo “temevano” come si teme un Maestro quasi irraggiungibile, ma lo amavano come si ama un padre. Ricordo un mio viaggio ad Atene, pochi anni dopo la Maturità, e la visita al Museo Nazionale. Ricordo l’emozione del riudire nella mente, come se fossero state del giorno avanti, le sue spiegazioni, e del grido che ingenuamente mi sgorgò nell’animo, davanti a quella bellezza: «Cevese aveva ragione!». Ricordo l’Uomo e il Maestro, e non so chi rimpiangere, chi piangere di più. Addio, Professore. Posso salutarti ancora una volta? Posso osare, per la prima ed ultima volta, darti del tu, a te che ti rivolgevi sempre col Lei a noi adolescenti presuntuosetti? Tibi semper, Magister, ave atque vale.

(Ph. Provincia di Vicenza)