Dia, la relazione: imprenditori veneti sotto accusa

Le potenzialità economico-imprenditoriali del Veneto costituiscono un’attrattiva per la criminalità mafiosa, anche grazie alla rete infrastrutturale estremamente avanzata.

Così esordisce  la seconda relazione semestrale 2018 della DIA, pubblicata oggi, 19 luglio, sul sito della Direzione.

Il quadro della nostra regione che ne emerge è quello di un territorio che vede agire tutte le mafie italiane e alcune straniere grazie alle relazioni strette con alcune frange del mondo imprenditoriale.

Il tesoretto confiscato

Una silente infiltrazione mafiosa del territorio, operata con la cosiddetta strategia di “sommersione”, ossia evitando qualsiasi forma di manifestazione violenta tipica di queste organizzazioni, potrebbe leggersi tra i dai dati pubblicati dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. In Veneto sono in atto 237 procedure per la gestione di immobili, mentre altri 126 sono già state definite nel tempo. Sono, altresì, in gestione 24 aziende, a fronte di una già destinata. Tra le tipologie di beni sottratti alle mafie figurano alberghi, ristoranti, attività immobiliari e di commercio all’ingrosso, immobili e terreni agricoli, nelle province di Vicenza, Venezia, Padova, Verona, Treviso, Belluno e Rovigo.

La “fascia grigia”

Questi i segnali di una efficace azione preventiva e investigativa di contrasto, ma anche dell’esistenza di una “fascia grigia” di imprenditori e professionisti che, per varie motivazioni, si lascia “avvicinare” da esponenti della criminalità organizzata.

I titolari di attività commerciali trovano in questi soggetti – che dispongono di notevoli quantità di denaro – una apparente via per superare momenti di difficoltà economica, salvo poi patire comportamenti che, inesorabilmente, tendono ad assoggettarli, arrivando ad estrometterli dalle società.

Un reinvestimento di capitali illeciti che espone a serio rischio la libertà d’impresa economica e di concorrenza,determinando, nel lungo periodo, una spirale negativa con ripercussioni sull’economia locale. Al fine di focalizzare l’attenzione su questi rischi, a maggio del 2017, si è insediato in seno al Consiglio regionale l’Osservatorio per il contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa e la promozione della trasparenza.

Venezia: la mala del Brenta e le altre

Il capoluogo di regione è, da tempo, interessato da dinamiche delittuose gestite da gruppi criminali strutturati.

Già negli anni ’90, la cosiddetta “mala del Brenta” aveva espresso la tendenza di alcuni soggetti a stringere affari con la criminalità organizzata. Erano le prime manifestazioni di sinergie tra consorterie mafiose e vertici di tale organizzazione criminale autoctona, che ancora oggi producono effetti giudiziari. Nel mese di marzo del 2018, infatti, i militari della Guardia di finanza hanno confiscato a Felice Maniero 3 immobili di pregio situati nelle province di Lucca, Pisa e Firenze, del valore di oltre 4,5 milioni di euro, acquistati mediante presta- nome e una pluralità di rapporti finanziari svizzeri.

‘Ndrangheta

Evidenze della presenza delle ‘ndrine calabresi nel territorio veneto sono emerse il 13 marzo 2018, con l’arresto di diversi soggetti dediti al narcotraffico di droga proveniente dal Sud America, che agivano sotto la direzione di un “santista” riconducibile al locale di Motticella (RC), vicino ai MORABITO di Africo (RC), il quale si era attestato in Veneto proprio per avviare l’attività criminale del gruppo.

Mafia

Alcune investigazioni, ancorché risalenti nel tempo, avevano inoltre evidenziato la presenza di elementi collegati a Cosa nostra e attivi nel riciclaggio nel settore immobiliare della provincia di Venezia.

Va inoltre sottolineato come il territorio del capoluogo sia stato eletto come residenza anche da parte di soggetti appartenenti ad associazioni mafiose a seguito di provvedimenti di divieto di dimora nella città natale: tale situazione ha talora determinato il conseguente spostamento anche dei relativi interessi criminali.

Proprio nei dintorni di Venezia aveva a lungo dimorato un pregiudicato siciliano che, terminato il proprio periodo di detenzione, era stato destinatario di un ulteriore provvedimento di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno in quei luoghi. Il predetto, terminata la sottoposizione agli obblighi, era rientro nella propria terra di origine, rima- nendo coinvolto in un’attività investigativa che si concludeva con il suo arresto, in quanto elemento di spicco della famiglia palermitana di Villabate.

Mafia nigeriana

Da rilevare, poi, l’azione criminale condotta da sodalizi di origine straniera. A tale riguardo il 10 luglio 2018 è stata portata a termine l’operazione “San Michele” che, con l’esecuzione di 41 provvedimenti cautelari eseguiti dalla Polizia di Stato, ha colpito un’associazione di nigeriani, attiva nello spaccio di eroina e cocaina nel quartiere Piave di Mestre (VE), in prossimità della stazione ferroviaria. Le indagini consentivano di attribuire 6 morti per overdose all’assunzione della sostanza spacciata dal gruppo, provocate presumibilmente dal taglio della droga.

L’attività investigativa ha inoltre fatto luce sui canali di riciclaggio del denaro provento dello spaccio, che veniva in parte trasferito in Nigeria.

Veneto: ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita e gli stranieri

Diverse indagini, anche risalenti nel tempo, hanno fatto registrare la presenza di consorterie mafiose anche sul restante territorio regionale. Particolare rilievo ha avuto la nota operazione “Aemilia”, coordinata dalla DDA di Bologna che, nel giugno del 2015, ha coinvolto soggetti di tutto il nord Italia, collegati alla ‘ndrina calabrese GRANDE ARACRI.

L’attività investigativa aveva, infatti, evidenziato come la ‘ndrangheta contasse già diverse promanazioni non solo in Emilia Romagna, ma anche in Lombardia e in Veneto. Al riguardo, il 24 ottobre 2018, la Corte di Cassazione ha con- fermato, per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, la sentenza di condanna per 40 imputati, con pene complessive di oltre 230 anni di reclusione. Il successivo 31 ottobre, inoltre, il processo di primo grado, del rito ordi- nario celebrato innanzi al Tribunale di Reggio Emilia, si è concluso con la condanna di altri 125 imputati. Sull’indagine, già il Procuratore Nazionale Antimafia pro-tempore aveva a suo tempo dichiarato che si trattava di un risultato “…storico. Imponente e decisivo per il contrasto giudiziario alla mafia del nord”.

Mafia

Conferme sull’infiltrazione delle organizzazioni mafiose nelle aree del nord sono state riscontrate a gennaio del 2018, con gli esiti delle indagini “Stige”1027 e “Fiore Reciso”1028. Entrambe le attività investigative hanno rivelato l’esistenzadi un’area grigia costituita da professionisti ed operatori economici disposti a prestare la propria opera ai clan. Ancora nell’aprile 2018, l’operazione “Ciclope” della Guardia di finanza ha dato conferma di queste presenze.

Camorra

Anche le presenze della criminalità campana sul territorio della regione sono acclarate sia da attività investigative, sia da riscontri giudiziari.

Oltre alle attività connesse allo spaccio di stupefacenti, la camorra, ed in particolare le proiezioni del cartello casertano dei CASALESI, hanno rivolto sul territorio mire espansionistiche.

Un’indagine della DIA di Trieste, denominata “Piano B” e conclusa il 18 dicembre 2018 con l’esecuzione di 7 ordinanze di custodia cautelare in carcere1032, ha consentito di far luce su alcuni capitali illeciti della famiglia IOVINE, del cartello dei CASALESI. In particolare, un intermediario finanziario di Portogruaro (VE), peraltro non autorizzato a gestire tale attività, aveva investito varie somme di denaro illecitamente accumulate, tra cui quelle del citato clan, dietro la promessa di lauti guadagni.

Circa 12 milioni di euro erano stati collocati su piattaforme informatiche di società con sede in Croazia, Slovenia e Gran Bretagna. Tuttavia, le autorità della Croazia, nei primi mesi del 2018, avevano pignorato i conti correnti della società.

Il sodalizio campano, nel tentativo di recuperare il proprio investimento, ha quindi messo in atto condotte estorsive nei confronti di altri clienti dell’indagato: in questa fase sono emerse le responsabilità di ulteriori pregiudicati, legati al clan RANUCCI di Sant’Antimo (NA), che avrebbero minacciato i creditori del citato intermediario. Lo scopo delle intimidazioni era duplice: indurre le vittime a rinunciare alle loro legittime pretese economiche e costringerli a fargli consistenti prestiti che poi sarebbero confluiti sul conto delle società del faccendiere e da questo nuovamente trasferiti agli affiliati al clan dei CASALESI.

Sacra corona unita

La criminalità organizzata di matrice pugliese non ricopre invece, allo stato, posizioni di particolare rilievo. Non di rado, tuttavia, il territorio veneto è meta di pregiudicati foggiani per la commissione di furti e rapine in trasferta.

Da segnalare la confisca, eseguita nel mese di luglio del 2018, del Trattamento di fine rapporto percepito dal titolare di un’azienda con sede a Padova, legato ad esponenti della sacra corona unita brindisina e condannato anche per reati aggravati dal metodo mafioso.

Le indagini, compiute dalla DIA, avevano acclarato come l’attività commerciale fosse stata costituita con proventi illeciti, acquisiti nel tempo dal soggetto, qualificato come “criminale di primissimo piano nel contesto contrabbandiero” degli anni ’80 e ’90.

Le attività di analisi e le indagini preventive hanno inoltre evidenziato, nel semestre, un tentativo di infiltrazione delle consorterie criminali pugliesi nel tessuto economico veneto: gli accertamenti svolti hanno consentito al Prefetto di Roma, nel mese di ottobre 2018, l’emissione di un provvedimento interdittivo antimafia nei confronti di un’impresa interessata alla realizzazione di strade, considerata permeabile alle infiltrazioni mafiose della sacra corona unita leccese.

Mafia

Tentativi di infiltrazione dell’economia sono stati registrati anche da parte di Cosa nostra. Significativa appare l’analisi preventiva che ha portato all’emissione di interdittive antimafia della Prefettura di Verona.

Nel corso del 2018, l’UTG ha emanato diversi provvedimenti interdittivi nei confronti di società riconducibili ad una famiglia di origine palermitana, i cui componenti erano gravati da precedenti per associazione di tipo mafioso (da tempo con stabili interessi in Veneto).

Si tratta di 3 società di autotrasporti e di distribuzione di carburante e di un bar della provincia. Il Consiglio di Stato, adito avverso uno dei provvedimenti, ha inoltre confermato il tentativo di mascherare con prestanome la gestione delle società, proprio al fine di eludere la normativa antimafia.

Nigeriani e albanesi

In Veneto le attività di contrasto allo spaccio di stupefacenti hanno visto il coinvolgimento della criminalità straniera.

Nella regione sono presenti anche gruppi giovanili nigeriani. Sul punto, oltre all’operazione “San Michele”, condotta a Venezia e di cui si è già detto, si richiama l’operazione “Bombizona”del giugno 2018, meglio descritta nella precedente Relazione Semestrale, che ha riguardato un gruppo nigeriano dedito allo spaccio di droga tra il Veneto e il Trentino Alto Adige.

In tal senso anche risultanze di un’attività investigativa più recente, confluita nell’operazione “Calypso”, conclusa il 21 novembre 2018 con l’arresto, tra gli altri, di 2 nigeriani, rispettivamente residenti a Padova e a Treviso. Entrambi ricoprivano incarichi di primissimo piano nell’ambito della “Eiye Supreme Confraternity”, dirimendo problematiche e dirigendo l’attività dell’organizzazione anche in altri contesti regionali. Inoltre, la posizione apicale nell’ambito della criminalità nigeriana di uno dei due arrestati era già emersa in una precedente indagine sviluppata fuori regione.

Nel territorio del Veneto, anche la criminalità albanese risulta attiva nel traffico di sostanze stupefacenti. Il 10 settembre 2018, l’attività investigativa “Alba bianca” ha riguardato un’associazione con base logistica in Trentino-Alto Adige, ma operativa anche nel nord-est della penisola.

L’organizzazione, composta prevalentemente da soggetti albanesi, si riforniva di droga dal nord Europa, in coordinamento anche con un analogo gruppo criminale per il controllo dello spaccio in Baviera.

Il business dei rifiuti

Recenti investigazioni segnalano un crescente interesse della criminalità nel traffico di rifiuti in arrivo da altri contesti territoriali. Le attività di contrasto hanno portato al sequestro di due fabbricati industriali, in apparenza dismessi, utilizzati per lo sversamento abusivo di rifiuti trasportati dalla Campania. Collegamenti con tale processo criminale potrebbero emergere dall’analisi dei roghi tossici che sempre più spesso interessano strutture industriali in disuso.

Caporalato

Un’ulteriore notazione va riferita alle attività illegali che incidono sul settore dell’agricoltura, soprattutto quelle connesse allo sfruttamento di manodopera irregolare. Al riguardo, il 3 maggio 2018, a Vicenza, è stato fermato un cittadino marocchino alla guida di un furgone mentre trasportava alcuni lavoratori irregolari.

Il successivo 31 agosto, si è conclusa, a Rovigo, un’attività investigativa che ha permesso di risalire ad un altro straniero nord africano che, in forma “imprenditoriale”, aveva assoldato in modo irregolare 33 braccianti agricoli.

Più di recente, il 18 dicembre 2018, a Verona sempre un maghrebino, unitamente ad altri 3 connazionali, sfruttava il lavoro irregolare, tra l’altro favorendo l’immigrazione clandestina mediante la falsificazione di dichiarazioni rilasciate dalle tre cooperative di cui era titolare.

I pendolari del crimine

Da rilevare, sul piano generale, anche la commissione di reati predatori, agevolati dalla presenza in loco di basisti non di rado collegati alle varie consorterie criminali. In molti casi, gli autori di rapine a istituti bancari e oreficerie agiscono in modo “pendolare”, rientrando immediatamente nei luoghi d’origine.

(Ph Ministero dell’Interno)