Zaia, dov’è lo studio sui Pfas promesso nel 2016?

In commissione Ecomafie l’Istituto Superiore di Sanità ha rivelato che da tre anni attende una decisione dalla Regione Veneto. Serve una nuova commissione d’inchiesta

«Soltanto uno studio epidemiologico ben congegnato e altrettanto ben condotto potrà evidenziare quali patologie e con che percentuali sono eventualmente aumentate nella zona rossa e in quelle circostanti. Rimane da capire perché, pur essendo già stato deliberato l’affidamento di un tale studio epidemiologico all’Istituto Superiore di Sanità qualche anno fa, finora non si ha notizia che sia stato avviato». Così, in un’intervista su VVox.it del 23 febbraio scorso, il presidente veneto dell’Associazione Medici per l’Ambiente-Isde Italia Onlus, Vincenzo Cordiano, l’ematologo che per primo denunciò la contaminazione da Pfas che ha visto la Procura di Vicenza indagare e mandare a processo nove manager dell’azienda Miteni per disastro ambientale (e che per tutto ringraziamento è stato colpito da misure disciplinari e diffidato più d’una volta a esprimere quel che pensa sul caso di avvelenamento più spaventoso che il Veneto abbia mai conosciuto).

Bene: l’audizione di ieri a Roma in commissione bicamerale Ecomafie ha confermato che la Regione Veneto, nonostante una delibera di giunta regionale 661 del maggio 2016, non ha mai dato incarico all’Iss (Istituto Superiore di Sanità) di effettuare uno «studio di coorte residenziale sul nesso tra esposizione esterna, dose interna ed effetti sulla salute per ogni residente»: sono parole, riportate da Luca Fiorin su L’Arena di oggi, della direttrice del dipartimento ambiente e salute dell’istituto Eugenia Dogliotti. Il commento del presidente della commissione, Stefano Vignaroli (M5S), sintetizza mestamente la realtà: «Dall’audizione è anche emerso che la ricerca sui nuovi Pfas a catena corta, per i quali al momento non esistono tecniche di abbattimento consolidate, è ancora molto indietro».

Il 7 febbraio di quest’anno, in risposta a quanto avevano dichiarato il giorno prima i medici dell’Isde («La contaminazione da Pfas è all’origine di una serie di problemi sanitari ben più estesa di quanto appaia ufficialmente»), la Regione Veneto aveva replicato piccata che «la sanità regionale ha condotto studi epidemiologici che hanno rilevato come la popolazione dell’Area Rossa presenti un modesto ma statisticamente significativo eccesso di prevalenza per alcune condizioni e malattie di tipo cardiovascolare e presenta per entrambi i sessi un aumento moderato ma significativo della prevalenza standardizzata di dislipidemie (ipercolesterolemie e/o ipertrigliceridemie). Per quanto riguarda la mortalità si rileva un modesto ma significativo eccesso di mortalità per cardiopatie ischemiche, per malattie cerebrovascolari e, limitatamente al sesso femminile, per diabete». Questi studi, a quanto pare, non sono però abbastanza: «Stiamo parlando di una ricerca che avrebbe dato un senso ai vari studi promossi dalla Regione finora – ha affermato ieri il deputato grillino (e medico) Alberto Zolezzi – e che permetterebbe di stabilire l’esistenza di eventuali nessi di causalità fra la presenza dei Pfas nell’organismo e l’insorgere di patologie. Lo studio di coorte avrebbe dovuto interessare un campione della popolazione della zona rossa mettendolo a confronto con residenti delle aree non esposte alla contaminazione: avrebbe dovuto essere la ricerca più ampia del genere mai realizzata al mondo».

Nelle sue risposte di ieri, la Dogliotti da una parte ha escluso la certezza che i Pfas causino direttamente tumori, ma al tempo stesso non esclude un «potenziale effetto cancerogeno». E questa è una notizia. Quel che invece é certo è che le sostanze incriminate indeboliscono il sistema immunitario dei bambini depotenziando l’effetto delle vaccinazioni. Come é altrettanto certo che il colesterolo nel sangue aumenta. Cordiano, sempre nell’intervista citata, anticipava i risultati dell’Iss giunti proprio ieri sull’esposizione da Pfas negli alimenti (uova e pesce i più pericolosi, così come l’acqua per i bambini): «I prodotti a rischio sono innanzitutto il fegato e le interiora degli animali nutriti con acqua contaminata, vengono poi uova e pesci. Queste sono le categorie di alimenti che più accumulano PFAS e altre sostanze tossiche. Tuttavia anche ortaggi e verdure, latte delle zone contaminate a mio parere andrebbero cautelativamente evitati. I rischi per la salute sono quelli citati in precedenza, evidenziati per la prima volta da uno studio ISDE-ENEA che finora è l’unico pubblicato su una rivista internazionale, mentre quelli compiuti dalla Regione Veneto non sono stati finora sottoposti al giudizio della comunità scientifica, quando invece sarebbe molto opportuno che ciò avvenisse».

Cordiano invoca per precauzione, finora inascoltato, di sospendere l’erogazione dell’acqua «a uso umano contenenti quantità anche minime di Pfas». Si tratterebbe infatti di una misura radicale che chiaramente andrebbe a scontrarsi con il muro d’ostilità della politica, che per non ingenerare allarme ed evitare contraccolpi d’immagine, alle maniere forti non pensa neanche lontanamente. Di contro, resta tutto intero l’interrogativo gigantesco su come mai il presidente leghista Luca Zaia non abbia dato impulso a uno studio come dio comanda – ma forse la risposta é la medesima. Senonché, se in questi tre anni si fosse fatto, scoprendo probabilmente altre patologie provocate dalle sostanze perfluoro-alchiliche, le indagini in corso (oltre a quella chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio c’è anche quella su altre sostanze, le GenX) avrebbero potuto prendere un’altra piega. Attendiamo fiduciosi la lesta e convincente replica di Zaia. E magari una seconda inchiesta sulle responsabilità politiche, come ad esempio su chi ha amministrato la Provincia di Vicenza dal 2006, visto che secondo i Carabinieri del Noe per tredici anni a Palazzo Nievo «c’è stata la volontà di non far emergere la situazione». Continuiamo così, facciamoci del male.

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