Viaggio a Teheran, la libertà discreta della Rivoluzione Islamica

La capitale dell’Iran è una città bifronte: sanzioni economiche e repressione sociale da una parte, quartieri di lusso e divertimento domestico dall’altra

Mi sveglio alle 7:30. Dopo una abbondante colazione in hotel mi avvio per una strada laterale impolverata ed entro in metro. L’atmosfera è calma ma indaffarata, è l’ora di punta: folle di impiegati si riversano nel centro città. Chiedo un biglietto nel mio zoppicante farsi, la lingua nazionale. Non faccio in tempo a pagare che un signore brizzolato sventola la sua carta di credito contactless sul POS: transazione approvata. L’uomo si dilegua senza darmi il tempo di ringraziare, come vergognandosi del suo gesto di benvenuto. Sono ormai le 8:30 e sto attraversando Tehran, la capitale della Repubblica Islamica dell’Iran, una giungla di cemento abitata da 20 milioni di persone, all’ombra di montagne alte 5000 metri.

Dove sono le sanzioni?

Mahmud mi viene a prendere in hotel alle 20 con la sua Audi A3. Oltre ad essere zio di un mio amico irano-svedese, è il dirigente finanziario di un’importante azienda statale. Lo voglio incontrare per respirare che aria tira lassù nelle alte sfere del regime islamico che governa l’Iran da 40 anni. Le cinque ore che passo in ostaggio alla sua ospitalità generosa e possessiva hanno tinte surreali. Capisco subito che il mio ospite mira a convincermi che le sanzioni con cui l’Occidente sta strozzando il suo paese non impattano in alcun modo la vita degli Iraniani. Mi porta subito in cima ad una torre di 400 metri dalla quale, nella luce violetta del tramonto, Tehran risplende immensa, estendendosi per 60 chilometri nella pianura semidesertica. Indicando un gruppo di grattacieli illuminati, Mahmud grida felice: «You see? A lot of money in Tehran! Where are the sanctions?». Non gli chiedo perché allora da quando sono arrivato a Tehran due giorni fa, tutti gli iraniani che ho incontrato non facciano che lamentarsi della devastante inflazione che sta mettendo in ginocchio il paese. Sorrido imbarazzato.

I guardiani della Rivoluzione islamica

Tornati in auto, durante i 20 chilometri di autostrada a sei corsie che ci separano dal ristorante che il mio ospite ha scelto, decido di scoprire le carte e gli chiedo la sua opinione in merito a vari politici, presenti e passati. L’opinione di Mahmud su tutti gli esponenti moderati del regime, in primis il Presidente Rohani, è una sola per tutti: sono spie al soldo della CIA che mirano a vedere l’Iran agli Stati Uniti. Gli unici che salva sono gli oltranzisti conservatori: la Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, al potere dal 1988, e Mahmud Ahmadinejad, populista noto in Occidente per le sue posizioni antisioniste. Passiamo davanti ad un edificio imponente, di stile simil-sovietico, sormontato da un simbolo dorato raffigurante un braccio brandente mitragliatrice racchiuso da rami d’alloro. È la sede dei Spah-e Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, la polizia politica incaricata di difendere l’ortodossia islamica perseguitando gli elementi “devianti” e i dissidenti, accusata da varie fonti di gravi violazioni dei diritti umani. Mahmud mi chiede se io sappia che edificio sia. Rispondo di sì. Un sorriso illumina i suoi tratti, sorprendente mediterranei. «Sepah-e Pasdaran is in my heart. Sepah-e Pasdaran is in the Iranian people’s heart» mi dice. I Pasdaran sono gli unici a proteggere il popolo, in un universo pieno di complotti della CIA e intrighi internazionali. Non gli chiedo in che modo migliorino la vita dell’Iraniano medio imporre alle donne di portare un velo in testa, mettere fuori legge il mangiare e bere in pubblico due mesi all’anno per il ramadan e punire l’omosessualità ed adulterio con la pena di morte.

Rich City

Dopo una cena a base di carne in un ristorante ottimo ma senza troppe pretese, a lato di un meraviglioso viale alberato, ci spostiamo al Ponte della Natura, avveniristica struttura pedonale in acciaio, che collega la sommità di due larghi e boscosi colli urbani, scavalcando un’autostrada trafficata. Nottetempo, viene illuminato dal basso con luci multicolori, creando un effetto lussureggiante e notevolmente suggestivo. Il ponte si è rapidamente imposto come la promenade preferita della borghesia cittadina e alle 11 di sera è gremito di famiglie con bambini, musicisti di strada, venditori di ogni sorta di dolciumi. Se fossimo in Italia mi berrei una birra fresca mentre guardo le macchine sfrecciare. Mahmud mi indica dei grattacieli illuminati all’orizzonte, come colonne di luce nella notte. «You see? Rich city! Where are the sanctions?”. Non riesco a fare altro se non a sorridere per l’imbarazzo.

Trasgressione segreta

Sono le 23 ma Mahmud mi dice che prima che ci salutiamo vuole assolutamente mostrarmi casa sua. Mentre sfrecciamo col finestrino abbassato nella notte tiepida ricevo un messaggio da Tarane, amica di amici, che mi invita ad una festa privata nel Nord della capitale. Non voglio mancare. A dispetto dell’immagine uniformemente repressiva che l’Occidente ha dell’Iran, le feste in casa a Teheran sono leggendarie. Tutto l’edonismo, la spensieratezza e il libertinaggio che è negato agli Iraniani viene espresso liberamente non appena si varca la soglia di casa. I veli cadono lasciando il posto a maglie attillate. Il tè diventa vodka e le sigarette diventano spinelli. Ogni espressione di desiderio sessuale, etero-omo-lesbo che sia, diviene lecita e si carica di un significato rivoluzionario che ne aumenta la attrattiva. Suggerisco a Mahmud che degli amici mi aspettano e che potrebbe lasciarmi in piazza Tajrish, non lontano dalla casa della festa. Lui si irrigidisce. «Tonight you are my host and you stay with me» mi risponde dopo un attimo di esitazione. Il suo tono è fermo, duro, non c’è traccia della affabilità precedente. Decido di non insistere e proseguiamo verso casa sua.

A 3 anni sa già l’inglese

Lasciamo l’autostrada e ci avviamo in un quartiere residenziale ben tenuto, che potrebbe essere un sobborgo ricco di Londra o Parigi. Mentre parcheggia l’auto, Mahmud mi informa che la struttura murata in fondo alla via è una sede dei servizi segreti del paese. Tutti i dirigenti delle maggiori aziende del paese vivono in questo quartiere, una gabbia dorata finalizzata ad accertarsi assoluta fedeltà dell’industria iraniana alla causa della Rivoluzione Islamica. Mi informa inoltre che nella sua auto c’è una cimice e che ogni nostro discorso è stato ascoltato. In casa vengo accolto dalla moglie e dalla figlia di Mahmud. Nessun contatto è ammesso oltre un rispettoso saluto. Vengo rifocillato con datteri ed anguria. La Tv a 62 pollici mostra una giovane donna americana che insegna ai bambini come si chiamano vari oggetti in inglese. Mahmud mi informa con orgoglio che sua figlia a 3 anni parla già perfettamente inglese. La incoraggia a salutarmi. Lei tace, è una timidona, sta attaccata alla gonna della mamma lanciandomi occhiate curiose e furtive. Mahmud mi riaccompagna in hotel poco dopo. È ormai l’una quando mi abbraccia affettuosamente salutandomi: «Mr Rizzi you are a real gentleman». Poi risale nella sua Audi e riparte nella notte.

Giovanni Colla Rizzi