AAA cercasi disperatamente Movimento 5 Stelle veneto sull’autonomia

I pentastellati locali si erano schierati a favore nel referendum del 2017, invocando la “pax veneta”. Oggi, nello scontro con Roma, sono scomparsi

Al Gazzettino che punzecchiava il Movimento 5 Stelle veneto, silente sull’autonomia in questi giorni di scontro frontale fra governo e governatori di Veneto e Lombardia, il deputato bellunese Federico D’Incà rispondeva il 14 luglio scorso con una sbrodolata su Facebook che terminava con una supercazzola di purissimo tenore democristiano: «A mio parere, in questo momento, dovremo dare una sorta di ‘autonomia base’ a tutte e tre le Regioni che ne hanno fatto richiesta (c’è anche l’Emilia Romagna, ndr) e, tra tre anni, prima del termine della XVIII legislatura, andare a differenziare sulle singole richieste dopo le opportune verifiche di buon funzionamento della macchina amministrativa e legislativa». A parte l’oscurità della formula “autonomia di base” che solo dio, o d’Incà, sa che cosa voglia dire, il cittadino-portavoce si difende sostenendo che non è il caso di aggiungere polemiche a polemiche, che il tema é insidioso, che rilasciare dichiarazioni o interviste sarebbe solo un esercizio di narcisismo. Oè, D’Incà: voi pentastellati veneti, il 22 ottobre 2017 quando 2 milioni e 328 mila cittadini della Regione votarono per ben il 98% a favore dell’autonomia, vi batteste perchè vincesse il sì, non se lo ricorda più?

Così parlò Berti

Il vostro capogruppo in consiglio regionale Jacopo Berti (in foto), in un video – ora non più visibile – sul blog di Beppe Grillo, qualche mese prima aveva spiegato così la scelta di schierarsi per quello che si rivelò un plebiscito per il presidente leghista Luca Zaia: «Il M5S si è battuto per coinvolgere i cittadini su una possibilità prevista dalla Costituzione: permettere al Veneto di gestire “in casa” molte delle risorse che ora è lo Stato a decidere come spendere». Non solo, ma sempre Berti, questa volta all’indomani del voto, entrava un po’ più nel dettaglio e metteva al primo posto della “lista della spesa” proprio il punto su cui è avvenuta l’ultima frana nel percorso negoziale fra il governo e Regioni Lombardia e Veneto (l’Emilia, che vuol dire Pd, ha messo sul tavolo un elenco di richieste molto più contenuto), e cioé la scuola. Rileggiamolo assieme, onorevole D’Incà: «Il nostro obiettivo finale è quello di regalare ai veneti la forma più ampia possibile di autonomia, ma per tagliare questo ambizioso traguardo è necessario procedere per gradi, come quando si costruisce una casa, e iniziare a rivendicare ambiti di competenze che noi riteniamo prioritari: l’istruzione, le infrastrutture tecnologiche a iniziare dalla banda larga, la tutela dell’ambiente».

Pax Veneta

E per trasfigurare la presenza che i grillini non avrebbero mancato di far sentire nel fragore della pugna, Berti sfoggiava latinismi: «Zaia non può pensare di andare avanti da solo in questa battaglia, a Roma deve essere portata una legge del consiglio regionale ed è necessaria un’ampia condivisione politica per raggiungere il risultato voluto. È giunto il momento della Pax Veneta, che ci permetterà di riunire tutte le forze politiche per remare dalla stessa parte». Alla faccia della pax. Il M5S di queste parti é diventato talmente pacifico, su autonomia e dintorni, da essere sparito del tutto dai radar. Poveracci, bisogna mettersi nei loro panni: volevano co-intestarsi la lotta ma a beneficiarne è stato solo Zaia, e ora che i vertici nazionali del movimento nella Capitale stanno castrando le pretese lombardo-venete, i grillini veneti si trovano in mezzo, nella posizione più scomoda, non potendo giustificare ai sostenitori qui la contrarietà dei propri rappresentanti, Di Maio in testa, là, a Palazzo Chigi. E’ questa contraddizione tutta politica che D’Incà si rifiuta di vedere, smenandola con la pudicizia dello statista che rifugge dal battibecco. Ma quale battibecco, quello che interessa é il merito: il M5S veneto deve spiegare ai cittadini se nel negoziato con il governo stanno con Zaia o, per esempio sull’istruzione, con il sottosegretario alla medesima che é uno dei loro, Salvatore Giuliano, che l’altro giorno annunciava trionfante lo stralcio di quella norma dell’articolo 12 della bozza che prevedeva il salario integrativo per gli insegnanti con concorsi regionali e non più statali.

Il conquibus

Per non parlare del fulcro della trattativa, l’autonomia finanziaria, che poi altro non é che una via surrettizia per introdurre il federalismo fiscale, sia pur soltanto per le Regioni sedute al tavolo. Il ministro leghista che siede da un lato della barricata, Erika Stefani, ha sintetizzato la questione: «Le Regioni che riescono a garantire servizi efficienti riuscendo pure a risparmiare, dovranno essere libere di gestire come meglio credono le risorse risparmiate». Ovvero l’extragettito generato in surplus dovrebbe restare in Veneto, e non finire in un fondo di perequazione per sostenere i deficit di Regioni più deboli, leggi Meridione. Se è vero, da una parte, che é tutto da verificare il pericolo di incostituzionalità paventato dal premier Conte nella sua lettera ai lombardi e ai veneti, dall’altra é certo e matematico che Veneto e Lombardia mirano a tenersi più quattrini, il che é anche logico, altrimenti non avrebbero messo in piedi tutta questa guerra termonucleare. Il meccanismo, ingegnato dal professor Mario Bertolissi, prevede una clausola secondo la quale se entro cinque anni non si troverà un’intesa sui fabbisogni standard (la stessa siringa deve costare ovunque lo stesso prezzo, per usare un esempio abusato), la spesa nazionale sarebbe ripartita secondo una media pro capite, premiando le Regioni neo-autonome che attualmente sono sotto tale media, che é di 976 euro a testa, mentre quelle meridionali, ricevendo ora più risorse per gli stessi servizi, subirebbero un taglio pesante. In soldoni, é proprio il caso di dirlo, il M5S non intende sottrare trasferimenti finanziari al Sud.

E’ la politica, bellezza

Nell’appello emesso urbi et orbi, il Presidente del Consiglio ha accennato a «vari snodi politici, che richiedevano una condivisa ponderazione». I politici pentastellati veneti, ormai non più di primissimo pelo, dovrebbero aver compreso cosa siano degli snodi «politici»: controversie in cui c’è da dirimere una contrapposizioni di idee sulla base di interessi. E’ chiaro come il sole a mezzogiorno che, per carità legittimamente, i loro compagni di movimento a Roma stanno patrocinando gli interessi legittimi di chi, nel Mezzogiorno, si aspetta esattamente questo. Come è palese come il chiarore della luna nella notte che i grillini di qui non stanno salvaguardando il voto dei propri elettori che nel 2017 barrarono la crocetta sul sì. Si stanno solo nascondendo nella notte dell’auto-silenzio stampa.