Unicredit licenzia. Efficienza? No, imbecillità

Per crescere, le banche devono recuperare la fiducia dei clienti. E non é tagliando come fa Mustier che ci riusciranno

Al risparmiatore e all’impiegato (non solo veneto) di Unicredit le grandi strategie, i tristi destini del sistema bancario italiano interessano poco o punto. Ciò che interessa è che a partire degli anni ’90 in poi la situazione per correntisti e dipendenti, per tutti coloro che hanno a che fare con il sistema bancario veneto, è peggiorata progressivamente. E gli annunciati 10 mila licenziamenti che Unicredit guidata da Jean Pierre Mustier vorrebbe realizzare di qui a poco vanno ancora su quella brutta strada, aggravano ancor più un quadro di per sé già disastroso. Per tutti, a parte i cosiddetti grandi manager, grandi solo nell’assegnarsi le proprie retribuzioni stellari, un po’ meno nel tutelare il patrimonio delle banche che sarebbero chiamati a governare.

La storia sarebbe troppo lunga e dolorosa per raccontarla interamente, ma i fatti di oggi vanno capiti in un quadro di evoluzione complessiva del sistema bancario italiano a partire dalle maledette privatizzazioni/liberalizzazioni realizzate da Giuliano Amato, che con la pretesa di trasformare le banche in aziende riuscì solo a mettere i clienti contro le proprie banche, ad azzerare i rapporti fiduciari e a privare le banche del dovere di svolgere quella funziona pubblica (la tutela del risparmio) che tutti i governi avevano sempre preteso. Così è chiaro che il seguito delle tragedie venete – Banca Cattolica Veneta, Popolare Vicenza, Veneto Banca – è ben poca cosa rispetto al tracollo sistemico del credito in Italia.

Infatti, se ripercorriamo la storia delle banche italiane dagli anni ’90 in poi, essa è costellata da una serie di errori e da successivi correttivi, ulteriormente peggiorativi. Prima la corsa agli sportelli e alle fusioni, poi la corsa ai licenziamenti e alle ristrutturazioni continue. Agli inizi si comprava selvaggiamente, poi si vendeva senza ritegno. Cambiavano gli amministratori, ma le strategie della rivoluzione permanente nelle banche italiane, a tutto danno della clientela e dei dipendenti, non mutavano di uno iota. E nel frattempo arrivavano i prodotti finanziari tossici, con la pretesa di produrre maggiori profitti, elargiti peggio che la droga nella Bangkok italiana negli anni ’70, se possibile, con ancor maggiori danni.

Nel caso specifico Unicredit, con Cariverona e Cassamarca era uno dei soggetti bancari più importanti del Veneto, quasi monopolista nelle zone di Verona, Vicenza, Belluno e Treviso. Oggi la raccolta del credito, l’operatività di Unicredit nel Veneto è crollata dappertutto, rispetto alla situazione delle banche azioniste nei primi anni ’90, a guardare il numero degli sportelli, ma soprattutto alla luce del fatto che nessuna decisione importante è più presa localmente. Per non parlare delle conseguenze sull’occupazione, che gli annunciati provvedimenti renderanno ancora più marginale. Certo le banche italiane alla fine degli anni ’80 non erano da additare ad esempio al mondo, se non altro per la straordinaria discrezionalità nell’erogazione del credito e per la contiguità esasperante con la politica. Ma il sistema (inefficiente) non aveva generato squilibri di natura economica e sociale così gravi come è accaduto da vent’anni a questa parte.

Noi crediamo che il futuro del sistema bancario passi esclusivamente dal recupero del rapporto fiduciario con la clientela. Le banche senza fiducia sono destinate a chiudere prima o poi, non basta licenziare per ridurre i costi, i computer non sono sufficienti. E in particolare per la (ri)costruzione di rapporti fiduciari fondamentale è la componente umana. Anche chi studia l’intelligenza artificiale ha compreso che con le macchine non possiamo fare tutto, che i controlli e le regole fondamentali devono restare in capo alle persone reali, e quindi che i rapporti economici si fondano sulla componente soggettiva e umana.

Inoltre, la gente, dopo tutto quello che ha dovuto subire apparentemente in regime di costi decrescenti, è ormai in stragrande maggioranza disposta a spendere di più per i servizi bancari, purché sia certa di non avere sorprese, di non avere il nemico in casa. Per tutto questo i licenziamenti, da qualsiasi parte vengano fatti, in qualsiasi luogo, sono una politica vecchia di finta efficienza. Non sono un errore, ma un vero e proprio atto di imbecillità, che se realizzato dovrà essere successivamente corretto, pena la stessa sopravvivenza della banca. Anche se il fatto più grave è l’assenza, l’incapacità e l’inadeguatezza della politica nel governare i processi di evoluzione del sistema bancario (salvo poi ogni tanto fare grandi sparate … inconcludenti).

(In foto Jean Pierre Mustier, ceo di Unicredit, Ph. Imagoeconomica)