Consoli l’Unico, o la normale ingiustizia italiana

L’archiviazione per tutti gli indagati tranne l’ex dominus di Veneto Banca é già un colpo di spugna. Tutti i punti oscuri di una vicenda grottesca

Cara giustizia italiana, se già prima avevamo fiducia molto relativa in te, oggi ne abbiamo ancora meno. La decisione del sostituto procuratore trevigiano Massimo De Bortoli di falciar via anche gli ultimi tre degli undici indagati originari dell’inchiesta su Veneto Banca, chiedendo il rinvio a giudizio soltanto per l‘Unico, l’ex direttore generale e amministratore delegato Vincenzo Consoli, demoralizzerebbe anche il più panglossiano fra i candidi ottimisti: il rischio di colpo di spugna rasenta quasi la certezza. Non ha infatti torto la difesa del decaduto dominus dell’istituto di Montebelluna, nel sostenere che si rafforza anche la posizione del suo assistito dal momento che, con tutta evidenza, non poteva essere l’unico responsabile del crollo della banca. Ci arriva anche un bambino a capire che in realtà complesse – non esattamente il fornaio sotto casa, per citare l’avvocato Ermenegildo Costabile – la filiera decisionale ha sì il suo vertice ma anche i suoi nodi e i suoi terminali, e la responsabilità si distribuisce secondo i diversi gradi, ma certamente non può concentrarsi in un’unica persona.

SCOPRIAMO L’ACQUA CALDA

Lo ha capito anche lo stesso magistrato inquirente, che pur salvando tutti gli altri (riconoscendo loro al massimo elementi colposi, e non dolosi) e ritenendo Consoli capace di esercitare un controllo «su tutto e tutti», annuncia un’altra indagine «per ricostruire i ruoli nelle catene di comando ed eventuali comportamenti che non siano meramente colposi ma in effetti dolosi». Ora, i primi fascicoli furono aperti nel 2013 dalla Procura di Treviso sulla base di un’ispezione di Banca d’Italia di quell’anno, e dalla Procura di Roma in seguito a un esposto di un’impresa laziale. Nel 2014 arriva l’avviso di garanzia ai primi indagati, Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca, dopo che Treviso aveva girato le ricerche alla Guardia di Finanza romana. Nel febbraio 2015 la magistratura della Capitale ordina il famoso blitz di perquisizione nella sede centrale a Montebelluna, e nell’agosto 2016 Consoli viene messo ai domiciliari con successivo sequestro dei beni suoi e della moglie, per la bellezza di 45 milioni di euro. Ma nel marzo dell’anno scorso la competenza viene trasferita nuovamente a Treviso, e si deve ricominciare daccapo. Ultimo atto: due settimane fa i reati contestati all’ex ad passano da otto a tre, e scatta così il dissequestro. Ecco, in questo disdicevole andirivieni e dopo ben sei anni, il pubblico ministero viene ora a dirci che deve scoprire come era organizzato il potere interno di Veneto Banca? E perché – su questo aspetto dice bene Trinca – del cda è stato indagato solo lui? E gli altri, facevano le belle statuine?

COME MINIMO INADEGUATI

Trinca, scampato al processo assieme all’ex condirettore Mosé Faggiani e all’ex responsabile dell’amministrazione centrale, Stefano Bertolo, è descritto dal sostituto procuratore De Bortoli come una delle «figure dirigenziali (…) prive di qualsiasi esperienza nel settore, per quanto remunerate in maniera decisamente lauta». E leggiamo che lui stesso, l’ex presidente dal 1997 al 2013, é convinto che anche Consoli, quindi insomma un po’ tutti gli ex amministratori, siano vittime di un «disegno più grande» di loro. Ecco, il cittadino ed ex socio che ha perso tutti i suoi quattrini gradirebbe sapere da lorsignori vittime cosa diavolo ci facessero lì, a presiedere e amministrare, se poi si sono rivelati palesemente inadeguati, o comunque non all’altezza del ruolo. Perché delle due l’una: o non avevano capito che il “disegno” era attivo e operante, oppure lo avevano capito benissimo e non solo non sono stati in grado di fermarlo, ma nemmeno di uscirne in tempo salvando faccia, soldi, posto e reputazione.

BANKITALIA UNO E DUE

Il caso, quanto meno di Trinca e Consoli, é certamente il secondo: entrambi si sono opposti, anche pubblicamente, a Bankitalia. Ma di qui a pensare che su operazioni “baciate” e comunicazioni sociali la colpa sia solo esterna, ce ne dovrebbe correre. Diciamo in generale che non ce n’è uno che si salva. Prendi Banca d’Italia: al tempo, implacabile mastino sugli affari di Veneto Banca, oggi molto più mite e carezzevole. Il consulente tecnico della magistratura trevigiana, il dirigente della banca centrale Gaetano Parisi, secondo quanto riporta La Tribuna di stamane ravvisa un impatto «del tutto irrilevante» nelle informazioni nascoste da Consoli agli ispettori di Palazzo Koch, tanto che «le differenze riscontrate non sono idonee a concretizzare una prospettazione della realtà così difforme da aver alterato, anche potenzialmente, l’operato dell’Autorità di Vigilanza». Ma come? Prima pare che Veneto Banca fosse una ridotta di ostruzionismo e resistenza ai segugi di via Nazionale, e mo’ non é successo quasi niente?

BANCAROTTA UNICA SALVEZZA

Unica luce per i risparmiatori appiedati, la possibile bancarotta: Veneto Banca, infatti, al giugno 2017 quando venne messa in liquidazione era insolvente eccome. O almeno questo é il responso del perito della Corte d’Appello di Venezia, che conferma la sentenza dell’anno scorso del tribunale di Treviso. Se la Corte dovesse confermare a sua volta respingendo così il ricorso di Consoli, gli ex azionisti potrebbero rivalersi non solo su di lui ma anche su tutti i suoi successori alla guida dell’istituto. E soprattutto si allungherebbero i termini della prescrizione. E già, perché a mettere la pietra tombale sull’intera vicenda si aggira sempre lo spettro della prescrizione. Dei tre reati contestati – aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza c’erano per tutti, falso in prospetto per Consoli, Faggiani e Bertolo – l’ultimo “scade” molto presto, il primo fra due anni, mentre il secondo più avanti. Se neanche la bancarotta dovesse andare in porto, i soci, dopo essere stati saccheggiati, finirebbero ancora una volta mazziati e cornuti. La giustizia, questa chimera per poveri cristi.

(ph: Imagoeconomica)