Carabiniere assassinato a Roma, non beviamoci il veleno sui social

Mentre l’Arma ancora indagava, online partiva già la caccia allo straniero. Quello sbagliato

Partiamo dai fatti, anche se questi purtroppo costituiscono l’interesse minore nella vicenda. Il vicebrigadiere Mario Cercello Rega viene ucciso a coltellate la notte fra giovedì 25 e venerdì 26, durante il tentativo di arresto di due giovani turisti statunitensi colpevoli di aver rubato il borsello di un giovane romano e di avergli chiesto 100 euro per restituirlo. I soldi sarebbero serviti per comprare dosi di droga. Nell’operazione il vicebrigadiere non era solo, ma accompagnato dal collega Andrea Varriale, che ha visto chiaramente i due assassini e non li ha rincorsi per soccorrere il vicebrigadiere ferito da 8 coltellate.
Secondo le ultime versioni dei fatti l’equivoco sulla nazionalità degli aggressori sarebbe dovuto a Varriale, che subito dopo l’aggressione avrebbe chiamato (o fatto chiamare il 112) indicando come magrebini i due omicidi. Oltre alla testimonianza del carabiniere che aveva accompagnato Rega, c’erano le immagini di 3 videocamere di sorveglianza che avevano ripreso l’intero svolgimento della scena, inquadrando il volto degli accusati, nonché la testimonianza del portiere dell’albergo di lusso nei quali i due alloggiavano. L’equivoco sulla nazionalità dei due statunitensi sembra essere durato non più di qualche ora per le forze dell’ordine impegnate direttamente nelle indagini, ed essere stato puramente accidentale. E’ in queste ore di equivoco però che avviene il fenomeno di cui vorremmo parlare, un fenomeno che agisce come una macchina tritatutto, in cui una tragedia circoscritta e che l’Arma ha risolto in breve tempo diventa una macchina d’odio che mobilita a vario titolo alcuni membri della Guardia di Finanza, i quotidiani, il ministro dell’Interno e mezza Italia, tutto a causa dei social e delle loro dinamiche, le cui ferree leggi sono diventate come i terremoti e le alluvioni, degli eventi naturali su cui nessuno sembra avere più il controllo.
Il primo a diffondere la falsa notizia venerdì mattina è un quotidiano nazionale nella sua edizione online parla di “caccia a due nordafricani”, e l’articolo viene ripreso dall’account del ministro dell’Interno Salvini, che lo commenta augurando galera a vita e lavori forzati ai presunti rei. La notizia viene quindi ripresa da altre testate d’informazione, ma non c’è alcuna conferma ufficiale delle forze dell’Arma dei Carabinieri, che è già (secondo le ricostruzioni) sulla pista corretta. Siamo circa alle ore 12.00 di venerdì, la macchina della disinformazione è partita, ma si sta ancora scaldando, mancano le conferme ufficiali dell’Arma e qualcuno comincia a nutrire dei dubbi sulla veridicità di quanto riportato finora da quotidiani di tiratura nazionale e dal Ministro dell’Interno, cioè da coloro che si considerano i cani da guardia della democrazia e della corretta informazione alla cittadinanza e dal ministro più potente del governo, che è – en passant – pure il responsabile delle forze dell’ordine.
L’ingranaggio prende a funzionare a pieno regime alle 13, quando circola su Facebook l’annuncio della cattura di quattro nordafricani, “tre cittadini di origini marocchine e uno di origini algerine”, con tanto di foto segnaletiche coperte. Poco dopo su twitter spuntano le foto segnaletiche non oscurate dei presunti rei (con tanto di informazioni anagrafiche e domicilio), cPoco dopo questo post è stato condiviso dalla pagina fb “Soli non siamo nulla. UNITI Saremo TUTTO”, ottenendo 5 mila condivisioni.
La macchina a questo punto è diventata un carrarmato inarrestabile, da cui tutti (direttamente o meno) siamo stati influenzati. Se vi siete persi nella ricostruzione non temete: è naturale. Il fatto inquietante di questo meccanismo è che nessuno ne ha le redini e nessuno ne comprende appieno il funzionamento. Sono coinvolti a vario titolo e grado tutti: quotidiani, ministri, amministratori di pagine social, amministratori di app, semplici utenti dei social che ricondividono all’infinito post di dubbia provenienza, quando -ancora peggio- non li riassumono travisandoli, generando ulteriore confusione.
Se cercassimo uno o più responsabili a cui accollare la colpa non li troveremmo: se per alcuni è ipotizzabile un interesse politico nell’indicare negli immigrati i colpevoli dell’omicidio di Rega, per la gran parte degli altri l’incompetenza, la fretta, l’incapacità di distinguere una fonte autorevole da una dubbia, l’ignoranza dei meccanismi minimi dei social, sono motivazioni sufficienti per comprendere la loro partecipazione a questo linciaggio collettivo via etere. Mentre online accadeva tutto questo, nella realtà l’Arma svolgeva egregiamente il suo compito e arrestava i rei, due ricchi giovani americani in cerca di sballo a Roma. Ma la realtà, al punto in cui siamo giunti, è diventata l’ultima preoccupazione della nostra vita collettiva.
(ph: Shutterstock)