Autonomia, basta illusioni: impossibile. Anche con il vecchio centrodestra

La trattativa di Veneto e Lombardia governate dalla Lega arenata per l’opposizione dei 5 Stelle. Ma l’ostacolo é più profondo. E si chiama “questione meridionale”

Nel gioco a rimpiattino che vede i due soci forzati al governo dividersi un giorno sì e l’altro pure (Tav, politica estera, flat tax, riforma della giustizia), l’autonomia é uno dei pezzi forti. Lasciando stare l’Emilia-Romagna governata dal Pd che ha scelto un approccio soft (nessun referendum e “solo” 16 materie contese), Veneto e Lombardia spingono la Lega salviniana e sovranista a tener fede al voto con cui nel 2017, nel caso veneto con affluenza e percentuale bulgare, l’antica e mai sopita istanza di governarsi da sé ha dato un potente mandato popolare ai presidenti leghisti Luca Zaia e Attilio Fontana, che chiedono allo Stato centrale di autogestire rispettivamente 23 e 20 materie.

Se non dovessero riuscire a portare a casa una vittoria almeno parziale ma significativa, quei due referendum potrebbero rivelarsi un boomerang. Ma come? – si domanda il cittadino di Conegliano o Abbiategrasso, profondo Lombardo-Veneto – io vi ho dato fiducia, e con me centinaia di migliaia che si sono espressi secondo la più pura forma di democrazia che é quella diretta, e voi non riuscite a quagliare nonostante abbiate i vostri al governo a Roma? Cioè dopo quasi due anni di attese, annunci, negoziati, marce in avanti, marce indietro, tira e molla, illusioni e delusioni, pur essendo la Lega a Palazzo Chigi, con il lìder maximo Salvini vicepremier, la ministra dedicata all’uopo una leghista, Erika Stefani, e con il partito che dopo le elezioni europee é virtualmente il primo in Italia, scopro ora che questa benedetta autonomia cornucopia di schei e dané non arriva, e se continua così non arriverà mai?

In particolare per Zaia la faccenda è serissima: l’anno prossimo gli scade il mandato, e il commissario del Carroccio in regione, un altro Fontana che di nome fa Lorenzo, è veronese ed è ministro della Famiglia, lo ha già ingabbiato: dovrà essere lui, ancora una volta, il candidato governatore. Ecco perché il presidente del Veneto, di norma uomo misurato nelle parole e nelle decisioni, ha reso incandescenti i toni e ha dichiarato che la precaria alleanza coi 5 Stelle si sfascerà, se non manderanno giù l’autonomia alla leghista così come loro, i leghisti, hanno ingoiato il rospo del reddito di cittadinanza. Va bene che potrà appunto sempre scaricare la responsabilità sui grillini che si son messi di traverso, ma di certo non sarebbe un buon viatico per lui presentarsi agli elettori con la madre di tutte le battaglie persa. E persa avendo un piede nella stanza dei bottoni romana. Magari non sarà questione di vita o di morte, ma la salute politica ce la rimetterebbe di sicuro.

Ora, il M5S – anche quello veneto, benché con accenti quasi para-leghisti, da semi-fronda verso il capo Luigi Di Maio – sostiene che il problema non é il se, ma il come pensare e attuare l’autonomia. In sostanza, lasciandone troppa, si azzopperebbe il Sud, serbatoio di consensi senza i quali i pentastellati non avrebbero alcuna chance di risalire la china e rivedere il traguardo delle politiche, quando presero un ormai lontano 33%. Al di là delle trovate dell’ultim’ora (Di Maio che si affida all’Università di Napoli per riscrivere la bozza), e senza entrare nel dettaglio di questo o quel settore da regionalizzare (sanità, ambiente e sviluppo economico son passati, scuola e cultura no), il nodo vitale sta sempre in ciò che muove il mondo e le alte sfere: i soldi. Il surplus fiscale deve restare alle Regioni autonome oppure no?

Parliamo della contestata “norma finanziaria”, cuore della riforma. Funzionerebbe così: nei primi tre anni dal varo ogni Regione riceverebbe quel che già ora si vede trasferire dallo Stato per ciascuna competenza, e se risparmia se li tiene (costi storici). Ma se genera più Pil e dunque più gettito per l’erario, l’extra dovrebbe restare a chi lo produce, con un calcolo pro-capite della spesa nazionale (costi standard). Secondo il M5S, invece, andrebbe distribuito anche alle Regioni più “povere”. Ovvero anche al Sud, con un fondo di perequazione (bocciato però dal premier Conte, che in pratica sul punto finanziario ha bocciato tutto facendo ripartire la giostra da zero).

Non c’è bisogno di un master in matematica per capire che se autonomia à la Zaia sarà, si produrrà uno squilibrio nel Mezzogiorno addirittura con l’idea di imporgli, tramite il regionalismo differenziato, una rivoluzione copernicana nel modo di gestire le risorse. E’ questo che i leghisti intendono quando parlano di responsabilizzarein astratto assolutamente a ragione, ma in concreto meno, pretendendo di risolvere in quattr’otto, così a strappo, nientemeno che la secolare “questione meridionale”. Del resto, se l’obiettivo finale non rispondesse a trasferire una ghiotta parte delle finanze alla periferia più ricca, che senso avrebbe per veneti e lombardi l’autonomia?

Quel che sfugge, tuttavia, é un dato politico di prospettiva. Quand’anche cadesse il governo di coabitazione gialloverde, e se la Lega tornasse ipoteticamente alla guida del Paese con una riedizione del centrodestra, siamo proprio sicuri che la strada si farebbe magicamente liscia? Le passate coalizioni con cui i leghisti hanno governato negli ultimi vent’anni non insegnano nulla? Fratelli d’Italia, partito nazional-sovranista a tutto tondo, ma anche le spoglie di Forza Italia, e le stesse immortali clientele meridionali che si sono o si stanno trasferendo armi e bagagli nelle schiere leghiste, darebbero semaforo verde come se niente fosse che agli scalpitanti Zaia e Fontana?

Qua a noi pare che valga lo stesso adagio utopico che balenava di tanto in tanto fra i 5 Stelle, e prima di loro traboccava dal narcisismo berlusconiano: o in parlamento si ha il 51%, o nessuna forza sarà abbastanza forte per realizzare una riforma chirurgicamente decisiva, buona o cattiva che sia, nell’Italia delle tante Italie. Men che meno ciò che viene chiamato pudicamente autonomia, ma di fatto é, sia pur in via surrettizia e a macchia di leopardo, federalismo fiscale – che poi, fra parentesi, é l’unico vero federalismo degno di questo nome. Mettetevi l’anima in pace, bravi citoyens che avete fatto il vostro dovere civico infilando la schedina nell’urna (e che qualche imbonitore vorrebbe illudervi ora di replicare, rilanciando su una tecnicamente impossibile “indipendenza”): la democrazia é una parola vuota, e se si guarda alla Storia l’autodeterminazione non si ottiene trattando a tavolino, ma con maniere meno cortesi. Il che oggi é pura fantasia. E così rimarrà l’autonomia: un fantasma, magari buono come promessa da agitare per l’ennesima volta nella prossima campagna elettorale.

(ph: flcgil.it)