Colline Prosecco: deroghe a grappoli e spremuta di cemento

La Regione Veneto ha varato in tutta fretta la legge sull’albergo diffuso. Basterà ad accontentare l’Unesco?

Ci hanno messo dieci anni, dal 2009 al 2019, a portare a casa il prestigioso titolo di “Patrimonio dell’Umanità” certificato dall’Unesco. E ci hanno messo dieci giorni, dal 7 luglio, giornata dell’assegnazione, al 17 luglio per sfornare immediatamente l’idea, e la legge regionale conseguente, dell’«albergo diffuso»: le colline del Prosecco hanno aspettato aspettato, e adesso partono in quarta. Ma come? Con un inno vagamente stonato ma altrettanto evidentemente insopprimibile, agli “schei“. Il petto gonfio d’orgoglio si è mischiato ai portafogli rigonfi di milioni di euro, ma nei quali – ci si augura in coro – c’è ancora tanto posto. Le dichiarazioni per la vittoria, un po’ sofferta perché arrivata al secondo round, dopo un rinvio, non sono riuscite più di tanto a tener dentro l‘auri sacra fames, naturalmente diplomaticamente definita «valorizzazione del paesaggio e delle eccellenze agroalimentari». Nelle interviste a caldo, schiette schiette, passate nei vari tg delle tv regionali, c’è chi ha detto papale papale: venderemo più bottiglie. E pensare che il riconoscimento Unesco è squisitamente di altro genere: «per il paesaggio culturale, modellato dalla continua interazione uomo-ambiente in continua evoluzione».

Le motivazione dell’Unesco

L’Unesco, e prima l’Icomos, ha guardato a come sono le colline, con le loro «rive» (i pendii) segnate dalle file di vigneti che si arrampicano, trenta chilometri di merletto verde e ordine fantasioso, venute così in 150 anni di lavoro manuale, a cominciare da quando il prosecco era un vinello indigeno un po’ torbido, un po’ acidulo, senza gran mercato ma ottenuto con fatica e passione. C’era un solo vigneto, da quelle parti tra Conegliano e Valdobbiadene, nel 1853. Oggi gli ettari di vigneto coltivato a uva glera sono 24 mila, Friuli compreso. Per il vino, divisi in due zone: la Docg che è di 9100 ettari per una produzione di 90 milioni di bottiglie, fatturato 520 milioni di euro; e la Doc, 15 mila ettari sparsi ovunque nel Veneto e in Friuli, 380 milioni di bottiglie, 2,5 miliardi di euro dalle vendite. L’Unesco ha cercato di distinguere: la «core area» è praticamente la Docg un pelino allargata, 9700 ettari, a cui si aggiunge di contorno la «buffer zone», altri 9700 euro. Un esempio di sapienza agricola, e quindi culturale, unico esempio in Italia accanto ai vigneti piemontesi del Monferrato-Roero.

Per la cultura o per i “schei”?

«Il riconoscimento è uno stimolo fortissimo alla tutela di questo territorio» hanno detto tutti plaudendo all’Unesco. E nell’altra mano avevano già la calcolatrice. Innocente Nardi, presidente dell’Ats (associazione temporanea di scopo) che ha promosso e vinto la candidatura Unesco, nonché presidente del Consorzio Docg, riesce a condire di belle speranze politically correct un sano pragmatismo: «Oggi arrivano qui 400 mila turisti l’anno. E’ ipotizzabile un aumento del 20% l’anno. In cinque anni i turisti raddoppieranno». Insomma, nel 2025 ci sarà un milione di turisti a girare per le stradine, le cantine, i borghi e i paesotti tra queste colline. Persone, soldi, sviluppo, organizzazione, accoglienza: una manna, dopo quella delle bollicine venete che nel 2014 hanno superato per volume di vendita all’estero lo champagne, anche nella resa economica.

Stop vigneti

Il prosecco è oro liquido, ogni tanto ha degli sbalzi nelle quotazioni, ma stanno tutti attentissimi che le bollicine non diventino bolla. Riserve e contingentamenti perché il prezzo non cali, politiche di controllo difficili da mettere in campo: da una parte la Docg ha ottenuto dalla Regione che non possano aderire nuovi vigneti, per difendere la supremazia. Innocente Nardi spiega le tavole della legge: «Noi non possiamo più crescere né in volume della produzione né in superficie coltivabile: ma sono convinto che dopo la decisione Unesco il nostro vino varrà di più». Le bottiglie Docg vendute sono 16 su 100. E le altre, quelle dalla Doc? Si arriva a trovarne, con tanto di bottiglia ed etichetta, a poco più di 2 euro nei supermercati. La strategia qualità/prezzo non è facile da gestire.

Turismo rurale

Ma il riconoscimento Unesco non vuol dire solo impulso per il vino. Vuol dire immagine del territorio, ed è per questo che la Regione corre. L’idea dell’albergo diffuso era contenuta nel dossier di presentazione della candidatura, messa giù con le migliori intenzioni da raffinati accademici e intellettuali come Mauro Agnoletti, un’autorità nella pianificazione del paesaggio rurale, o Amerigo Restucci, docente emerito dell’Iuav nonché ex rettore, quanto di più lontano da un Attila. L’idea era quella che gli annessi agricoli magari abbandonati e diroccati, nati in anni lontani dalla cultura materiale dei vignaioli e ora dismessi, sotto l’egida della tutela del paesaggio, possano essere rimessi in sesto e magari servire come mini strutture per l’ospitalità da assicurare all’ondata prevedibile del turismo. Il fienile, la stalla, il casotto degli attrezzi, la baracca, insomma ogni microstruttura con un tetto può diventare luogo di accoglienza, due stanzette poetiche per turisti amanti della dimensione rurale. Diamo per buono l’intento del recupero oculato: perché non restaurare quei manufatti che punteggiano, oggi come inutili rovine, la sinuose teorie dei vigneti? Ma tra il dire degli ideatori intellettuali e il fare dei politici regionali c’è il mare (che lì c’era una volta, e ha sollevato le colline).

La legge regionale

Il 17 luglio s’è votata in Consiglio regionale il progetto di legge numero 376. Una strana cosa, una «legge regionale di adeguamento ordinamentale» che deve mettere ordine a parecchie materie. Sono 34 articoli, ai quali con un emendamento all’ultimo momento si è aggiunto il 35°: che è quello sull’«albergo diffuso». Un emendamento comparso dal nulla, mai discusso in alcuna sede, mai spiegato, sul quale non c’è stato confronto, e il cui refrain perfino urtante è la deroga. Si deroga alle leggi precedenti, si deroga alla normativa sul consumo del suolo, si deroga alle prescrizioni degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi. Si permette addirittura di non cambiare la destinazione d’uso, anche se bisogna fare i servizi igienici: avremo fienili con i bagni, e stallotti del mas-cio con l’aria condizionata. Le strutture «possono essere ampliate fino a 120 metri cubi» e avanti edificando. E se l’assessore al turismo leghista Federrico Caner dà una lettura appunto edificante del provvedimento («Non c’è nessuna volontà da parte nostra di far costruire nuovi alberghi») l’impronta è quella di un laissez faire: «Attenzione al territorio, ma non vincoli», «si valuterà se questa pratica si può ampliare ad altri territori». Emerge che questa sperimentazione, anzi «questa roba» (così la definisce Caner) è fatta su misura per le colline del prosecco, e l’urgenza è data dal possibile volano economico. Per il consigliere Andrea Zanoni, del Pd, siamo alla follia, su tutti i fronti: per il metodo («Vìola lo statuto veneto, non è passato in commissione, non c’è stata partecipazione di pubblico e categorie»), perfino incostituzionale. Comunque, nonostante lo sprint leghista, la strada sarà lunga.

Una strada in salita

Sono rimasti basiti anche gli ideatori accademici: il professor Restucci si aspetta una correzione di tiro da parte dei responsabili regionali della pianificazione territoriale. I quali dovrebbero dare un parere tecnico e dire che c’è stato un refuso, che questo emendamento non riguarda le colline del prosecco, iper tutelate: ma alla pianificazione territoriale non dicono nulla, e hanno i loro tempi, e magari dipendono dalla politica. Pare che nel Veneto non si impari nulla dai passati massacri del territorio. L’Unesco, assieme al riconoscimento, ha aggiunto 14 raccomandazioni: in altre parole, si fida fino ad un certo punto. Una di queste raccomandazioni parla anche dell’albergo diffuso. Entro novembre dev’essere presentato all’Unesco un piano di gestione particolareggiato del territorio: vedremo come andrà non a finire, ma a cominciare. Non c’è a tutt’oggi un elenco degli edifici che potrebbero rientrare in questa legge. I Comuni sono alle prese con una normativa che «i sandwich della McDonald sono niente in confronto».

Cemento in arrivo?

Sembra che i ricoveri, fienili, stalle nella «core area» siano circa un migliaio: avremo forse, «ai fini della locazione turistica», un migliaio di cantieri da raggiungere per stradine e viottoli delle colline? Da quelle parti, e ci mancherebbe, c’è un vincolo paesaggistico: e, alla faccia dell’orgia di deroghe inventata dalla Regione, ci dovrebbe essere la Soprintendenza a vigilare. La Lega ha lanciato la volata, che appare scomposta. Ha gettato il cuore oltre l’ostacolo. Ma forse ha gettato il cuore e basta.

(Ph. Shutterstock)