Sveglia, tifosi: di troppo business il calcio muore

Mercati che non finiscono mai, televisioni che spadroneggiano, partite a tutte le ore e tutti i giorni, invasione di giocatori stranieri. Ma é ancora uno sport?

Ma che calcio è questo? La nuova stagione è appena cominciata ed è sempre la solita storia, se possibile è anche peggio. Lo sport più amato dagli italiani è ormai solo uno spettacolo, show business per di più portato all’estremo del degrado da dirigenti che scopiazzano estremizzandola l’esperienza statunitense. Ma negli USA almeno portano rispetto ai tifosi.

Cominciamo dal mercato. È mai possibile che le finestre per i trasferimenti dei calciatori debbano durare tre mesi d’estate e uno d’inverno? Le conseguenze sono devastanti: le squadre cominciano la stagione e addirittura il campionato incomplete e in organico provvisorio, perché il mercato chiude il 2 settembre ma la Coppa Italia parte ad inizio agosto e il campionato a fine mese. Tutto il lavoro fatto con i giocatori già in rosa in ritiro e nella fase precampionato sarebbe inutile se gli acquisti in extremis modificassero in modo significativo la formazione e il gioco impostati nei mesi precedenti.

E che dire dei poveri tifosi… Obbligati ad acquistare l’abbonamento in pratica sulla fiducia di un futuro glorioso, nella speranza cioè che la squadra di luglio sia rinforzata dopo le ferie.

I tifosi, appunto. Una volta i presidenti delle società erano chiamati «ricchi scemi» perché si facevano spillare i soldi da calciatori e dirigenti più scafati. Oggi verrebbe da chiedersi se sono i tifosi, ancorchè non ricchi, a farsi prendere per i fondelli da chi manovra il calcio. E non solo dalla società del cuore, che magari è quella che -essendo a contatto diretto con la tifoseria- non può certo permettersi di fare troppe furbate.

È in realtà tutto il sistema calcio che si approfitta del suo pubblico e soprattutto della fascia più debole di questo: i sostenitori, i fan, i fedelissimi. Considerati e trattati anziché, come meriterebbero, con tutti i riguardi e le attenzioni, invece come un target di consumatori a cui rifilare un prodotto, uno spettacolo sportivo costruito certo non in base ai gusti e alle esigenze di questi «clienti».

I padroni del calcio, che sono in realtà le televisioni, costringono i tifosi ad andare a vedere la partita ad orari allucinanti: a mezzogiorno (perché le telecronache vanno programmate sui mercati orientali), dopo cena in pieno inverno (perché l’anticipo e il posticipo sono ormai la prassi in tutte le categorie professionistiche) o alle tre del pomeriggio nel caldo di fine primavera (perché bisogna pur trovare un modo per non sovrapporre le giornate delle tre Serie nazionali e chi se ne frega dei cambiamenti climatici).

La domenica calcistica, succedaneo laico del rito religioso, è un ricordo del passato. Si gioca in tutto il fine settimana e non solo. Come se il sabato lavorativo non esistesse ancora per milioni di italiani. Si gioca alla Vigilia di Natale e al Sabato Santo e, prima o poi, cadrà anche il tabù della festa di precetto e la Chiesa se la dovrà mettere via.

Se dovesse poi realizzarsi quello sciagurato progetto di Super Champion propugnato dalla UEFA e da un gruppo di top team capitanato dalla Juventus, sarebbe spazzata via anche la secolare tradizione dei campionati nazionali giocati nel week end, il cui posto in calendario sarebbe usurpato dalla nuova competizione.

Tifosi, sveglia! Cominciate a prendere coscienza di essere una classe (Marx perdoni la irriverenza) e non un target, rifiutate di acquistare gli abbonamenti allo stadio e quelli ai network televisivi e digitali, fate un bello sciopero finchè le vostre esigenze di esseri umani non saranno rispettate. Siete voi che pagate, avete diritto di ricevere una offerta di spettacolo sportivo in stadi moderni, accessibili e sicuri. Di andare allo stadio, di accendere il televisore o di guardarvi la partita sullo smartphone durante il tempo libero e non saltando i pasti o rischiando l’assideramento o il colpo di sole.

Parliamo degli interpreti di questo show calcistico. Da quando la sentenza Bosman nel 1995 ha liberalizzato i tesseramenti istituendo un bacino comune di giocatori nell’area UE, nei nostri cosiddetti campionati nazionali (tali non solo per competenza territoriale ma anche per nazionalità di calciatori e tecnici) sono progressivamente e in gran parte spariti gli italiani. La percentuale di giocatori stranieri in Serie A è superiore al 60% e in B e perfino in C, potenziali «riserve indiane» per gli atleti indigeni, militano stranieri di tutte le nazionalità. Nulla di male di per sé, ormai è così ovunque e in tutto il mondo del lavoro.

Non è certo un problema di razza o colore. Il problema è un altro e si chiama annientamento dei vivai e decadenza della Nazionale. Una volta, in occasione di débâcle particolarmente gravi degli Azzurri, la federazione come prima misura bloccava il tesseramento di giocatori esteri. Oggi certo non sarebbe più possibile, almeno in Europa, ma, dopo la penosa eliminazione dai Mondiali, la FIGC si è ben guardata da assumere una qualsiasi misura protezionistica. Proprio in questi giorni assistiamo alle ridicole scaramucce fra alcuni top team italiani che si contendono a decine di milioni attaccanti stranieri più o meno falliti.

E i vivai? Erano il collante fra il territorio e le società di calcio, avere in squadra calciatori locali era lo strumento principale di identificazione per i tifosi. Le società minori della provincia avevano l’orgoglio di portare i giovani migliori a fare un provino in città. Questo mondo non esiste più. Ormai se finisce in prima squadra un giocatore del vivaio è una festa nazionale. I giovani che sembrano promettere li reclutano gli scout delle grandi squadre o di quelle poche che hanno un Settore Giovanile strutturato. Assicurano ai genitori scuola privata, assistenza medica, college, preparatori di qualità e un contratto a 16 anni. I club piccoli spesso si fanno pagare qualche centinaio di euro per far giocare un ragazzo.

(Ph. PhuSHutter – Shutterstock)