A Sottomarina l’Italia migliore: quella che sa chiedere scusa

Mentre a Roma va in scena il caos del crollo gialloverde per fuggire dalla mazzata Iva, sul lido veneziano la piccola luce di un gesto controcorrente

Salvini ha spiazzato tutti sfiduciando il suo stesso governo ora, in pieno agosto, dopo il mojito e il remix di Mameli a Milano Marittima. Nessuno si aspettava che mollasse Di Maio di punto in bianco, con la scusa dei no grillini che c’erano sempre stati. Il vero motivo è evidente: evitare di co-intestarsi la paternità della prossima finanziaria come al solito lacrime e sangue, che dovrà trovare alla svelta 23 miliardi di euro per non aumentare l’Iva fino al 26% nel 2021. Onde salvarsi dalla rabbia popolare per una mazzata di 600 euro a testa, il Capitano della Lega ha scelto il momento in cui concidono picco di consensi nei sondaggi e opinione pubblica spiaggiata, con una furbata che ha fatto fessi i pentastellati, rimasti con l’unica arma in mano della riforma costituzionale del taglio di parlamentari. Quest’ultima, incardinata alle Camere già da tempo e in attesa dell’ultimo passaggio, ha rivitalizzato il dormiente Renzi, il cui cinismo senza limiti gli fa ora riscoprire il buono che c’è nel M5S, pur di rimettersi in gioco e far pesare gli uomini che ha in parlamento girandoli contro il segretario del Pd, un sempre più inutile Zingaretti. Un terremoto che vede adesso la Lega dover riunire il centrodestra chiedendo elezioni che non otterrà prima della manovra di bilancio, che dovrà invece cuccarsi l’attuale prima forza numerica in aula, i 5 Stelle, costringendoli a cercare l’abbraccio mortale con i piddini in nome della “responsabilità istituzionale”. Al consunto Di Maio, per limitare i danni, non resta che farsi scudo della sforbiciata di deputati e senatori per agitare un provvedimento-simbolo in linea con i suoi acciaccati ideali originari, e probabilmente trangugiare l’amaro calice di un governo tecnico o comunque targato Quirinale con cui affrontare obtorto collo le forche caudine dell’Iva (parentesi: é bene rammentare che questo incremento monstre discende dai vincoli sul deficit imposti dall’Unione Europea, il che ancora una volta, e questa volta con un impatto devastante per i consumi quotidiani, dimostra l’impossibilità per qualsivoglia maggioranza del nostro non più sovrano Paese di gestire le finanze pubbliche senza chiedere permesso e in concreto senza dissanguare il popolo, a cui dovrebbe appartenere l’autodeterminazione secondo articolo 1 della Costituzione, popolo che invece é solo spettatore passivo di decisioni stabilite a priori dall’alto degli astratti parametri ragionieristici scolpiti nelle sacre scritture di Maastricht e dei trattati europei- se questo è populismo, populista é anche la suprema Carta che il referendum del 2016 ha lasciato intatta).

Ma nessuno, o almeno non chi scrive, si aspettava un altro fatto, accaduto in questi giorni di vacanze di massa. Che non ha niente a che fare con la politica, ma che é più importante dei giochi di palazzo, perché ci parla del significato stesso di stare assieme in una società che si definisce “aperta” ma che in realtà, ripiegata sull’egoismo privato, é chiusissima, eticamente e umanamente. Fabio Damian, gestore del lido a Sottomarina nel Veneziano di cui si sono occupate la cronache fino ad oggi, ha chiesto scusa al diciottenne italiano di origini etiopi Pietro Braga a cui settimane fa era stato negato l’ingresso da buttafuori troppo zelanti che avrebbero addotto motivi razziali per non farlo entrare. Al di là dell’indagine giudiziaria che come si sa si concentra sulle responsabilità individuali e come si dice farà il suo corso, il gesto fa di Damian, già punito con la sospensione temporanea dell’attività, una mosca bianca. Quando mai si sente qualcuno, ormai in tutti i campi della vita civile e anche personale, scusarsi per qualcosa, per qualsiasi cosa? Non vogliamo fare i moralisti facili, ma se é vero com’è vero che valori di base come dignità, lealtà, rispetto, misura sono andati a farsi benedire per il malinteso diritto ad avere comunque ragione, dato che ogni principio di autorità è stato sfondato e ogni senso volontario del limite é saltato, allora la convivenza diventa una lotta di tutti contro tutti il cui unico recinto diventa il tribunale. Ma un consesso che voglia essere, appunto, civile non può basarsi solo sul timore del giudice e del poliziotto: la sanzione esterna dovrebbe essere preceduta da una interna, da quel minimo di morale che porta a riconoscere quando si sbaglia senza trincerarsi arrogantemente nella difesa del proprio errore. Ecco perché la piccola grandezza del titolare di quel locale é degna di nota: perché va controcorrente in un mare di piranha che mostrano i denti non appena si sfiora la violazione di una norma, risolvibile spesso con il banale ma fondamentale ricorso a dismettere la dilagante vanità tendendo la mano in segno di giustizia. I maliziosi potranno sospettare che nel caso di specie vi sia anche una non disinteressata ricerca di recuperare l’immagine per motivi commerciali. Ma neppure foss’anche così viene meno la rarità del gesto. Che dovrebbe fare da monito contro la dismisura di chi vuole avere sempre ragione. Finendo poi, com’è noto, a piedi all’insù.

(ph: Facebook Fabio Damian)