Tanto bla bla sovranista, e sul trattato che ci strangola solo silenzio

Il premier Conte aveva promesso di informare il parlamento sulle modifiche europee al fondo finanziario Mes. E’ ancora in tempo, l’”avvocato del popolo”

Chi ha ancora a cuore lo Stato di diritto spera che l’intervento di domani al Senato del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte possa finalmente fare luce sulla opaca vicenda del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES o ESM, European Stability Mechanism). A seguito delle dimissioni del professor Paolo Savona da ministro agli Affari Europei per passare alla Consob, la delega ai rapporti con l’Ue è stata assunta direttamente dal premier, che nel mese di giugno ha comunicato che avrebbe informato sulla riforma del MES il parlamento, tenutone all’oscuro nonostante la legge Moavero che prevede la discussione in aula su ogni trattato economico-finanziario prima del voto da parte del governo a Bruxelles. Una legge, questa, voluta dal Pd a seguito della frettolosa approvazione del MES nel 2012.

IL MES o fondo salva-Stati ha assorbito l’ESFS (European Financial Stability Facility), in funzione dal 2010 al 2013. Giuridicamente è soggetto alle leggi internazionali, dal punto di vista del bilancio ha un capitale di 700 miliardi, e l’Italia detiene una quota di 14,33 miliardi già versati, più 125,39 da versare in caso di richiesta. Il trattato che lo istituisce contiene anche una clausola chiamata CACs (clausola di azione collettiva) che si applica ai titoli di Stato (BTP, CCT etc). Questo tipo di clausole é micidiale perché prevede che i termini e le condizioni dei titoli di debito pubblico possono essere modificati attraverso un accordo tra lo Stato e una percentuale dei possessori dei titoli. Qualche esempio chiarirà la pericolosità delle CACs. Il Btp scadeva al 2025? La scadenza posso spostarla al 2030. Il titolo valeva 1000 euro? Ne possono essere rimborsati 500 o anche meno. Il titolo dava un rendimento connesso all’inflazione? Può non essere corrisposto affatto oppure solo una frazione dell’inflazione. Tutti i titoli di Stato con durata superiore a un anno emessi a partire dal 2013 possono essere modificati a piacere al fine di rispondere alle necessità dello Stato che emette il titolo. Per aver accesso al MES gli Stati europei devono sottoscrivere un Memorandum d’Intesa (Memorandum of Understanding), che tradotto vuol dire fare riforme del welfare e taglio della spesa pubblica su indicazione della Commissione europea, della Banca Europea degli Investimenti e del Fondo Monetario Internazionale che ne sorvegliano l’attuazione come “commissari”, limitando la sovranità del Paese che richiede l’assistenza. Le decisioni sono prese a maggioranza dai ministri delle finanze della zona euro, da un direttore generale e un consiglio di amministrazione nominato dai suddetti ministri.

IL 13 giugno è iniziato il percorso di riforma del MES che dovrà completarsi entro dicembre trasformandosi in “Fondo Monetario Europeo”. Una modifica che di fatto escluderebbe l’Italia in caso di bisogno, dato che il fondo interverrebbe solo se il Paese dimostra di avere un debito sostenibile e rispetta i parametri di Maastricht. Il 19 giugno la Camera ha approvato una risoluzione chiedendo al governo di trasmettere al Parlamento le proposte di modifica del MES elaborate dalla UE in modo che possa pronunciarsi con un atto di indirizzo e sospendere ogni eventuale accordo o firma prima di qualsiasi pronuncia dell’organo sovrano. Sono passati due mesi e dell’impegno del Presidente del Consiglio è restata lettera morta. Non si conosce nemmeno a che punto è la discussione e se il governo ha firmato qualcosa. C’è stato uno scambio tutto politico tra la firma e l’azzeramento della procedura di infrazione per i nostri conti pubblici? Perché la modifica di un Trattato intergovernativo con implicazioni così rilevanti non è stato ancora trasmesso al parlamento? Una cosa è sicura: di fronte ad un’Unione Europea in mano alla tecnocrazia finanziaria, tutti i governi sono ugualmente proni. Alla faccia del sovranismo.

(ph: Imagoeconomica)