Incidenti in montagna a go go: ma perché dobbiamo pagare noi?

Inerpicarsi sulle vette é diventato uno sport nient’affatto innocente: il business privato scarica i costi sul pubblico

L’estate – potenzialmente – è un periodo meraviglioso. Al netto degli inconvenienti, delle tensioni e dei problemi difficili da rimuovere, per tutti noi è un momento da godere, per lasciarsi andare al riposo (morale), per farsi prendere da una tranquillità che ricarichi. Ma andare in vacanza, più che un bisogno fisico e spirituale di tutti, è diventato una necessità economica non dei vacanzieri, ma dei molti che campano e lavorano nelle attività turistiche. Così il marketing, la comunicazione, e recentemente anche i social (non a caso strapieni di fotografie di persone in vacanza), ci hanno convinti che bisogna andare in vacanza a tutti i costi, che le ferie via da casa (Marchionne: «in vacanza da cosa?») sono indispensabili, più del lavoro che dovrebbe consentirle. Si è scatenata la corsa ad accalappiare il turista, a portarlo in ogni dove, a qualsiasi condizione, non importa se preparato e adeguato al posto, purché venga e spenda. Con alcune conseguenze, spesso spiacevoli e impreviste.

Ad esempio, anche in Veneto, l’estate (e non è ancora finita) è caratterizzata da una serie di incidenti in montagna che ogni anno che passa è sempre più lunga. Si va dalla banale scivolata su un sentiero o dalla semplice perdita della retta via, a vicende comico-tragiche, tipo la ragazza che si «incroda» all’inizio di una via ferrata nella quale è stata trascinata dal moroso, fino a incidenti purtroppo spesso tragici, con morti e feriti. Tutti fatti, indistintamente, accomunati dall’urgenza di interventi di soccorso in genere tramite elicottero e personale specializzato. Interventi sempre più frequenti, che hanno fatto sì che le strutture di soccorso e pronto intervento abbiano dovuto diventare sempre più grandi, più costose, per soddisfare quello che sembra un dovere imprescindibile delle Pubbliche Strutture. Ma è proprio così?

In realtà, l’ideologia che ci ha spinto a credere alla «montagna per tutti» non è completamente innocente e disinteressata. Lo spirito che ci ha determinato a costruire impianti che senza fatica potessero consentire di raggiungere a chiunque vette inviolate (tipo ad esempio il bellissimo, costosissimo e “criminale” Skyway che sale da Courmayer al Rifugio Torino sul Bianco) non è senza colpe nell’aver incrementato i costi collettivi del Soccorso e degli Interventi di Emergenza, nell’aver aumentato il numero di morti e feriti. Tecnicamente si chiamano diseconomie, costi prodotti da alcuni e fatti pagare ad altri, diversi da coloro che li hanno determinati.

È chiaro che l’ideologia del trekking, dell’escursionismo, dell’alpinismo per tutti, delle mountain bike (oggi ebike) è parente stretta, più che dell’amore per la montagna, del desiderio di vendere qualcosa attraverso una massa di persone il più vasta possibile (non importa se preparata). È evidente che l’ideologia pseudo-salutista dello «sport» più o meno estremo porta acqua non al mulino di De Coubertin o di Walter Bonatti, ma a quello dei Paperoni del turismo, che in gran parte campano sfruttando (anche) beni che non appartengono esclusivamente a loro. E poi se succede qualcosa, hanno bisogno degli elicotteri, Agusta o Aerospatiale non importa, dal costo orario spaventoso, per la gioia degli sfortunati, ma anche delle società spesso private che li gestiscono in collaborazione con il pubblico.

Non è solo il concetto di «vacanza» che andrebbe ri-definito, se possibile sottraendolo agli interessi economici di quanti non hanno molta attenzione al senso ultimo di un periodo di distacco dal lavoro e dalle preoccupazioni che ci aiuti a riprenderci dalle fatiche quotidiane. Dobbiamo imparare nuovamente a essere noi stessi attori responsabili anche dei nostri periodi di riposo, e comprendere quale sia il confine tra la legittima offerta turistica e la creazione artificiale di bisogni del tutto inesistenti e inappropriati. Con la consapevolezza che in realtà certe presunte comodità, certe situazioni «estreme» non solo non soddisferanno i nostri reali bisogni, ma rischiano di tradursi in ulteriori costi sociali che non abbiamo certo bisogno di aggiungere.

(ph: FB Soccorso Alpino)