Autonomia, ormai é chiaro: Salvini non la vuole

Il leader della Lega non l’ha neanche citata nella sua replica a Conte, l’unico a nominarla. L’unico rimasto con la bandierina in mano é Zaia

Dal dibattito parlamentare di ieri al Senato cosa dovrebbe dedurre un veneto che non si fa trascinare dall’isterismo delle opposte tifoserie? Un fatto nudo e molto crudo: a nessuno frega un euro bucato dell’autonomia votata con un plebiscito di massa il 22 ottobre 2017. Non è mai stata neppure una citata come parola, a parte dall’ormai ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, quando ha enumerato puntigliosamente tutti i punti realizzati e da realizzare del programma del defunto “contratto” accennando al «progetto di “autonomia differenziata”, che andrà doverosamente completato senza sacrificare i principi di coesione nazionale».

Politicamente significativo che Conte, nella sua auto-orazione funebre, abbia precisato che assieme all’autonomia sia «necessario varare un piano di rilancio del Sud». Decrittando, ha spiegato il perché in poco più di un anno di tira e molla tra Lega e Movimento 5 Stelle la trattativa sulle competenze non sia andata in porto: semplicemente perché, come abbiamo già avuto modo di sottolineare su queste pagine, al netto del giudizio di valore sul (giustissimo) principio di sussidarietà e autogoverno, sarebbe non diminuita, ma aumentata la sperequazione fra le più ricche Regioni del Nord, Veneto e Lombardia, e le molto più povere Regioni del Sud. Prospettiva questa inaccettabile per gli interessi elettorali dei 5 Stelle, che nel Mezzogiorno hanno il loro granaio di consensi. Ma anche – e questo si evidenzia troppo poco – per il Carroccio arcitaliano, sovranista e neo-sudista di Matteo Salvini.

Difatti il grande assente nel discorso d’o’ Capitano (simm’ leghisti paisà), fra tutti i motivi citati di insanabile contrasto con i grillini, è stata proprio l’autonomia. Come mai? Sorpresa? Macché. In realtà alla bestia acchiappa-voti fanno gola eccome i voti dei meridionali, magari delusi dal timido reddito di cittadinanza made in M5S. Non ci sarà nessun salviniano sulla faccia della Terra ad ammetterlo, ma in realtà la conquista della sovranità lombardo-veneta andava oggettivamente in rotta di collisione con il bisogno di trasformare una volta per tutte la Lega in un partito nazionale.

Sì, con il rischio però di perdere dello zoccolo duro al Nord, direte voi. Sicuri? Difficile che lombardi e veneti abbandonino il “partito-sindacato del territorio” che per vent’anni ha promesso di tutto, indipendenza, federalismo, secessione, devolution e ora autonomia, andando su e giù nel gradimento popolare come le montagne russe. Perché non é stato per l’araba fenice federale, che il leghismo ha visto momenti peggiori e migliori. Nè dunque ne soffrirebbe più di tanto adesso. Adesso che Salvini, e solo Salvini, ha reso la Lega una forza che veleggia verso il 40% cavalcando sicurezza, no all’immigrazione, taglio delle tasse.

Mettiamoci l’anima in pace, qui in Veneto: la zaiana autonomia, poco o punto salviniana, men che mai meloniana o berlusconiana, certamente non grillina, per niente zingarettiana o renziana autonomia, questa benedetta autonomia a favore della quale in 2 milioni e 328 mila abbiamo votato due anni fa, non si è fatta e non si farà. Perché nessuno, a parte Zaia che ormai deve difendere il marchio, la vuole davvero.

(ph: Imagoeconomica)