Veneti, state tristemente sereni: giallorosa o gialloverdi, non cambierà granché

Ecco perché anche con un governo M5S-Pd il sentiero su autonomia, economia, Tav, Grandi Navi e banche é già tracciato. E resterà in sostanza uguale

Guardata dal punto di vista del Veneto, come dovrebbe concludersi la crisi di governo più pazza del mondo? Dopo il primo giro di consultazioni al Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dettato un’alternativa secca, concedendo cinque giorni supplementari alle trattative fra i partiti: o un’alleanza solida che sulla carta possa ambire a durare un’intera legislatura (così, fra l’altro, da eleggere il suo successore sull’ermo Colle), o elezioni in autunno. Tertium non datur: niente governi tecnici, istituzionali o di “decantazione”, o almeno così pare.

Dai 10 punti esposti da Luigi Di Maio come condizioni del M5S si capisce senza dubbio che i grillini stanno tenendo aperto il “doppio forno”, la contemporanea apertura al Pd e alla Lega. Un’ambiguità perfettamente logica nell’ottica di una forza che ha riconquistato la centralità in parlamento, dato che la trasversalità che l’ha sempre contraddistinta le rende naturale poter parlare con questo o con quello. In teoria, però. Perchè nella pratica il livello parossistico di scontro con i Democratici fanno dell’ipotesi “giallorosa” (di rosso, il Pd non ha più un’oncia) una strada che paradossalmente sarebbe molto più dura da sostenere davanti ai propri elettori e poi nell’azione di governo della formula gialloverde. Se i pentastellati bluffassero, farebbero restare con un palmo di naso il travicello Nicola Zingaretti – il cui assillo é non poter contare sulle sue truppe parlamentari, controllate in buona parte dall’infido Matteo Renzi – e contemporaneamente potrebbero ridefinire il rapporto con Salvini ma a quel punto da una posizione più forte, perché se non si va al voto per la Lega c’é il rischio di un’opposizione tanto pirotecnica e “bestiale” quanto rischiosamente logorante. Se sapessero bluffare, Grillo e soci, questa sarebbe l’opzione forse migliore.

Per loro. Per noi veneti, invece, la prospettiva sarebbe più complessa. Ma dagli esiti nient’affatto travolgenti. Sicuramente un governo M5S-Pd abbasserebbe a zero cubico le già per altro inesistenti possibilità di mandare in porto l’autonomia, in realtà mai appoggiata davvero dal Salvini sovranista, malvista dai grillini attenti a non perdere il serbatoio elettorale al Sud e osteggiata con argomenti ancora più radicali dai Dem (che nel plebiscito del 2017, che diede mandato a Zaia di negoziarla con Roma, si schierarono a favore solo ufficialmente, controvoglia, e con estese fronde interne). Le infrastrutture care al Pd, come il Tav, riprendebbero prepotentemente quota, ma qua già Di Maio e il ministro Toninelli avevano dato via libera alla tratta Brescia-Verona, il che implica un sì ovvio e consequenziale alla Verona-Padova (con grande scorno e malcontento dei seguaci locali). La Pedemontana, nonostante sia accertato il suo vizio d’origine di spreco a cielo aperto, é avviata e dunque già ascrivibile ai rospi da ingoiare. Sulle Grandi Navi a Venezia é plausibile pensare che il suddetto Toninelli non farebbe più parte della configurazione a Palazzo Chigi, e il nuovo ministro difficilmente si impunterebbe su una soluzione che scontenti gli enormi interessi economici che ostacolano un divieto di transito degno di essere chiamato tale.

Lo scoglio apparetentemente insormontabile sembrerebbe essere la politica economica e finanziaria: la linea dei 5 Stelle, ribadita nel suo discorso di commiato dall’ex premier Conte, è chiedere maggiore flessibilità sui conti all’Unione Europea, ma su come tradurla nei fatti le divergenze con il Pd potrebbero farsi sentire. Ma neanche tanto: il Movimento si é convertito ad un atteggiamento, sempre polemico nella forma, ma dialogante nella sostanza (vedi il voto favorevole alla tedesca conservatrice Ursula Van der Leyen a capo della Commissione). Certo, il taglio delle tasse che gradirebbero molto le partite Iva del Nordest non si vedrebbe neanche con il binocolo, ma solo gli illusi o i fan social del Capitano possono credere in buonafede che, con l’aumento dell’Iva alle porte e i vincoli Ue al bilancio, la famosa flat tax si sarebbe magicamente materializzata a breve. Quanto all’indirizzo sulle banche, tagliato il traguardo degli indennizzi ai risparmiatori truffati delle ex popolari, si tratterebbe di rinunciare alla seconda bicamerale d’inchiesta sul sistema bancario – significativamente non citata nel libro dei sogni di Di Maio – ma di fatto nulla di più.

In sintesi, a parte la battaglia di bandiera dell’autonomia che Zaia sfrutterebbe ottimamente per la sua rielezione a presidente della Regione nel 2020, in tutto il resto per il Veneto non cambierebbe granchè in ogni caso, sia con una riedizione dei gialloverdi sia con la novità giallorosa. A Roma fanno e disfano. Qui su non proveremmo nessun brivido comunque. Stiamo sereni. Desolantemente sereni.

(ph: Jez Arnold/ commons.wikimedia.org)