Covre: «Salvini coi 5 Stelle ha sbagliato fin dall’inizio»

Lo storico esponente del leghismo veneto prima maniera: «dovrà far capire al Sud i vantaggi dell’autonomia, auguri». Ma adesso «meglio il voto subito, con il centrodestra unito»

«Mi aspettavo che rompesse subito dopo le elezioni europee, sull’onda del successo della Lega. Ma questa crisi inventata così d’amblé l’8 agosto, mossa che ha preso in contropiede tutti, anche la Lega, è figlia di un parto innaturale». Bepi Covre non è soltanto una testa pensante con i piedi per terra: imprenditore, amministratore (è stato due volte sindaco di Oderzo) deputato per una legislatura, fondatore del movimento dei sindaci del Nordest, a lui sta proprio stretta la semplice definizione di «leghista». Leghista critico sì e soprattutto eretico, come si definisce lui: talmente eretico che nel 2016 è stato anche espulso dalla Lega Nord, perché gli piaceva il Veneto ma non la secessione.

Parto innaturale

E adesso, da quando la Lega di Salvini sembra voler fare come gli insetti, trasformandosi da uovo a larva a ninfa a farfalla svolazzante su tutta l’Italia? Bepi Covre credente in un federalismo dalle radici risorgimentali, europeista e così positivista da essere mille miglia lontano dagli odi politicizzati, rimane spirito critico, anche di Salvini. Ma con il cervello piuttosto che con il fegato. Il «parto innaturale» non è tanto l’alleanza ora esplosa con i Cinquestelle, ma il modo in cui è nata. Dice: «La politica si fa con accordi prima delle elezioni, non dopo il voto. Ho sempre visto il contratto tra Lega e M5S con molta diffidenza. Sì, anche in Germania hanno fatto così, ma guardate quanti mesi ci hanno messo per stilare tutti punti. E poi i tedeschi sono più seri. Un contratto nato così non poteva funzionare».

Sud da salvinizzare?

Insomma un peccato originale, ma anche «due partiti con nulla in comune. I Cinquestelle con un’offerta generalizzata sotto la bandiera del “cambiamento”, ma diventata confusionaria data la mancanza di esperienza. E poi questa bandiera della “decrescita felice”… Capite bene che ad un ceto imprenditoriale questo concetto non può proprio andar giù». Insomma la decrescita felice non è la ricetta per ammorbidire le disuguaglianze, e declinata à la mode di Di Maio può diventare l’anticamera dell’assistenzialismo. «Le elezioni ci hanno consegnato un’Italia divisa in due: la Lega aveva il Nord, i Cinquestelle il Sud. Tutti i governi, da sempre, hanno fatto assistenzialismo al Sud, e M5S ha replicato con il pateracchio del reddito di cittadinanza. La Lega una volta si chiamava Lega Nord, per principio non poteva. Adesso il tribuno Salvini dice “Prima gli italiani” e batte le piazze meridionali. Io gli auguro di far capire, da quelle parti, che l’unica via è la responsabilizzazione delle amministrazioni. C’è qualcosa che manca, ed è lo spirito di servizio. Ha scritto sul Foglio Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia, siciliano: manca la coscienza civica». E allora il battage pre-elettorale di Salvini non dev’essere solo caccia al voto, ma l’esportazione di una mentalità. In tre mesi? E con quale ceto politico? «Auguri», dice Covre.

Autonomia come responsabilità

La cosa è importante perché, per esempio, proprio attraverso questo processo può passare l’autonomia per le regioni del Nord che l’hanno chiesta (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) e per le altre che la agognano, con Liguria e Marche in testa alla fila. Covre vede la strada per un’autonomia veneta che sembrava in porto. Ma stavolta il porto l’hanno chiuso in faccia al Capitano. «Perché il resto d’Italia la accetti – è il suo ragionamento – Salvini deve far capire che autonomia vuol dire “autogoverno responsabile”, l’unico criterio valido per ogni Regione». Solo in presenza di questa responsabilizzazione si potrà sbaraccare la posizione di rendita centralista di Roma, che raccoglie tutto e poi distribuisce a proprio piacimento. Chiudiamo gli occhi di fronte al caso Sicilia, talmente autonoma che il suo consiglio regionale si chiama parlamento, e per la quale l’«autogoverno responsabile» finora è stato una chimera, per non dire un nemico. Insiste, l’ex leghista ma sempre autonomista: «Ricordiamoci cosa dicevano i friulani quando lottavano per la loro autonomia: “Roma va presa per il collo”. Il nostro presidente Zaia non ha bisogno di consigli, sta facendo tutto il possibile, ma si ricordi dei friulani».

Gli errori del Capitano

Però nello sconquasso attuale, con un canovaccio che ai grandi ideali o per lo meno alle strategie ha sostituito le recite a soggetto, ci sarà ben qualche punto fermo. Ieri in Senato, nelle cinque ore e passa di relazioni e dichiarazioni, si è perfino assistito all’ultima giravolta di Salvini, che in subordine proponeva di ritirare la sfiducia fino all’approvazione della finanziaria e della legge taglia-parlamentari. Peccato che Conte avesse già deciso le dimissioni. «Troppo tardi», è stato il coro Cinquestelle, ma rimane la fastidiosa impressione che si consideri il Parlamento un chewing gum. Magari da sputare alla fine, con l’inquietante «datemi i pieni poteri» del Capitan Fracassa. «Per me – commenta Covre – meglio andare al voto quanto prima. Io vedo un centrodestra che fa un programma comune, prima del voto, e affronta le elezioni. Salvini ha fatto degli errori, comunque. Come risultato, Quota 100 ha dato che vanno in pensione quelli del pubblico impiego, altro che i lavori usuranti: e bisognerà sostituirli con assunzioni che significano spesa pubblica, non si sa quanto produttiva. Nella Lega c’è un uomo solo al comando: nel partito è sempre stato così. Vuol dire vantaggi: partito monolitico, una piccola corazzata nel gioco della politica. Nella Lega non può succedere quel che succede nel Pd. Ma ci sono anche svantaggi: il capo può sbagliare. E’ successo in questa crisi».

(ph: Facebook Rai3)