Amazzonia, ecco cosa c’é da sapere sugli incendi dell’era Bolsonaro

Gli interessi di allevatori e agricoltori. Ma anche la temperatura sempre più alta. Anche qui da noi

Gli incendi avvenuti questa estate in varie regioni del pianeta sono parecchi, ma ovviamente a preoccupare di più sono quelli in corso nella foresta pluviale amazzonica, la più grande del mondo. Una nuvola di fumo ha avvolto San Paolo, la megalopoli del Brasile, distante migliaia di chilometri dal centro dei fuochi estesi nello stato di Rondonia fino al Paraguay. L’istituto nazionale per la ricerca spaziale (INPE) ha rilevato che nel mese di luglio sono stati bruciati 225 mila ettari. La foresta rimane umida e ricolma di acqua per gran parte dell’anno, non brucia naturalmente. Come hanno denunciato gli istituti di ricerca e le organizzazioni non governative che operano in Amazzonia, gli incendi sono prevalentemente dolosi.

I sospettati sono gli agricoltori, le grandi imprese zootecniche e quelle agro-industriali, che usano il metodo “taglia e brucia” per liberare la terra dalla vegetazione, scacciando così le popolazioni indigene. La pratica si diffonde in questo periodo dell’anno perché gli alberi si tagliano nei mesi di luglio e agosto, poi restano a terra per perdere umidità, e successivamente vengono bruciati perché le ceneri diventino fertilizzanti. Quando ritorna la stagione delle piogge, l’umidità del terreno denudato favorisce lo sviluppo di vegetazione bassa per il bestiame. L’allevamento del bestiame è responsabile dell’80% della deforestazione in corso in Amazzonia. Una gran parte dell’export globale di carne bovina, compresa quella in scatola che arriva anche in Europa, proviene da terreni che un tempo erano ricoperti da foresta. Una bistecca da 3 etti, per intenderci, costa 4650 litri d’acqua.

Un ruolo particolare viene svolto anche dai cambiamenti climatici. Molti di questi incendi sono la conseguenza di ondate di calore prolungate e intense e di una siccità senza precedenti in molte parti del mondo. La National Oceanic and Atmospher Administration (NOAA) ha comunicato la scorsa settimana che lo scorso luglio è stato il luglio più caldo mai registrato da quando sono in uso gli strumenti per la misurazione del clima. La temperatura media globale dello scorso mese di luglio è stata di 0,56°C, più calda della media del trentennio 1981-2010 (ma i record di temperatura li ritroviamo anche in Belgio, Germania e Paesi Bassi, e Parigi ha registrato il picco storico di 44 C°). Condizioni ideali per l’innesco degli incendi sono infatti le temperature elevate connesse alla bassa umidità, che trasformano la vegetazione in facile preda degli incendi.

Oggi l’Amazzonia ha perso il 15% dei boschi rispetto all’epoca di origine. Esiste un limite al disboscamento fissato al 25% oltre il quale l’intera regione potrebbe trasformarsi in savana con conseguenze rilevanti per tutto il mondo. L’area produce enormi quantità di ossigeno, trattenendo miliardi di tonnellate di carbonio oltre che nella lettiera e nel suolo. La regione è anche il luogo più ricco di biodiversità del pianeta. Migliaia di indigeni distribuiti in 400 tribù vivono nella foresta preservando le loro culture.

Diciamolo con chiarezza: questo aumento di deforestazione dipende anche dal nuovo atteggiamento del governo Bolsonaro rispetto alle politiche di conservazione dei governi precedenti. Oggi allevatori e imprenditori agricoli si sentono sostenuti dal governo ad avviare attività di “sviluppo”. Sviluppo? 13 milioni l’anno di ettari disboscati per un totale di 250 milioni negli ultimi 20 anni. La causa prevalente di accumulo di gas serra in atmosfera e della agghiacciante diminuzione della biodiversità.

(Ph. FB Jair Messias Bolsonaro)