Stadi pubblici a rischio estinzione: i casi Verona e Vicenza

Sboarina fa causa a Hellas e Chievo. Nel capoluogo berico 400 mila euro dei vicentini nel passivo del fallimento. Le società devono muoversi a dotarsi di impianti di proprietà

Il sindaco di centrodestra di Verona, Federico Sboarina, ha depositato in tribunale un decreto ingiuntivo a carico del Chievo per recuperare un credito di 2,5 milioni di euro a fronte di canoni di affitto dello stadio Bentegodi (insoluti da quattro anni) e di utenze di acqua, luce e gas e concessioni di altri spazi dell’impianto che la società presieduta da Luca Campedelli parimenti non ha pagato. E non basta: un credito della stessa portata il Comune lo vanta anche nei confronti dell’altro club cittadino, l’Hellas, per le medesime insolvenze. In questo caso però non è partita direttamente una ingiunzione perché la società aveva già contestato all’ente pubblico di essersi accollata spese di pari importo per opere di manutenzione che, in forza della concessione del Bentegodi, sarebbero state invece di competenza del Comune. Che quindi ha chiesto al Tribunale un Accertamento Tecnico Preventivo per verificare la situazione.

A Vicenza, nel 2015, succede una cosa molto simile. Il Comune vanta nei confronti del Vicenza Calcio, poi fallito il 18 gennaio 2018, mezzo milione di euro per canoni di affitto insoluti (e mai pretesi) dello stadio Menti. Il 27 novembre le parti si incontrano e si accordano per una rateizzazione del debito in sei anni con pagamenti trimestrali. Sei mesi dopo però la transazione dev’essere modificata per ottenere dalla Agenzia delle Entrate l’accoglimento della domanda di rateizzazione del debito fiscale in 12 anni. Nell’occasione si quantifica esattamente il debito: 477.395 euro, di cui 311 mila dovuti in conseguenza di una sentenza di condanna della società alla restituzione della cifra e 160.000 a fronte di canoni non versati. Il 9 maggio 2016 Comune e società negoziano un nuovo accordo in cui si allinea la rateizzazione del debito a quello fiscale: una dozzina di anni con pagamenti di 45.000 euro a rata. Finisce però che il Vicenza Calcio paga solo la prima rata e l’accordo salta perché arriva la dichiarazione di fallimento. Il credito del Comune confluisce nel mega passivo fallimentare che, secondo il curatore, dovrebbe ammontare a 20 milioni di euro. E quindi oggi i cittadini di Vicenza sono creditori di 400.000 euro verso la beneamata e defunta società biancorossa, soldi che non si sa se e quando entreranno nelle casse comunali.

Le vicende di Verona e Vicenza hanno entrambe la loro genesi in un vecchio, noto e irrisolto problema del calcio nazionale: la proprietà pubblica degli stadi. Che a sua volta è un contenuto centrale di un modo obsoleto di intendere il rapporto fra società professionistiche di capitali (ancorchè senza fine di lucro) e comunità. Forse fino a cinquant’anni fa ci poteva anche stare che fosse un ente pubblico a costruire e gestire uno stadio, le società avevano la forma giuridica della associazione con i limiti patrimoniali connessi e quindi era ammissibile pensare ad uno stadio come a un teatro o a un palazzo di giustizia. Dal 1967 però i club hanno dovuto convertirsi in società per azioni e la formula del pagamento di un canone annuale per l’affitto dell’impianto pubblico è progressivamente diventata incongrua con la nuova realtà delle s.p.a. professionistiche con bilanci e costi milionari. Perché devono essere tutti i cittadini, anche quelli a cui il calcio non interessa nulla, a pagare uno stadio che serve alle società per produrre ricavi a sei zeri da biglietti, abbonamenti, pubblicità, vendita di diritti televisivi? Versando a fronte cifre irrisorie ai Comuni (quando le versano…).

La situazione si è poi complicata con la necessità di fare continue manutenzioni straordinarie di stadi sempre più vecchi e malandati, di dotarli di nuovi impianti tecnici e di adeguarli, ormai annualmente, alle normative su sicurezza, ordine pubblico, agibilità. Oneri che i Comuni non possono più accollarsi e che scaricano sui club a compensazione dei canoni. E da qui nascono sempre più spesso contenziosi sulla competenza delle spese all’uno o all’altra e sulla quantificazione delle stesse.

È una storia infinita che dimostra la inadeguatezza dell’attuale rapporto società-comune e la conseguente ingiustizia della collettivizzazione di spese che alla fine interessano solo poche migliaia di cittadini. Ci si mettono poi pure le amministrazioni si guardano bene dal prendere provvedimenti impopolari nei confronti delle società e lasciano correre le insolvenze, i ritardi nei pagamenti, le violazioni delle convenzioni.

C’è una sola soluzione a questa stortura: gli stadi di proprietà dei club. Modalità ormai diffusa e radicata nei paesi in cui il calcio è più avanzato e che invece in Italia fa molta fatica a prendere piede. Oggi sono solo cinque gli impianti privati: l’Allianz Stadium di Torino (della Juventus), il Friuli di Udine (Udinese), il Mapei di Reggio Emilia (Sassuolo), il Benito Stirpe di Frosinone (della locale società) e l’Atleti Azzurri di Bergamo (Atalanta). Per il resto solo gran progetti, come a Roma o a Milano ma anche in città più piccole (ad esempio a Vicenza). Ma le società non si muovono, non investono, non si patrimonializzano. Ci sarà sempre più lavoro per giudici e avvocati.

(Ph. El pass on the italian WIkipedia – Wikipedia)