Raimo: «Identità italiana falso bisogno. Il precursore di Salvini? Ciampi»

L’intellettuale e politico romano a Fornaci Rosse: «antifascismo attuale perché il fascismo é eterno». Con cui nessun confronto è possibile: «rispondo a un’area, non solo a me stesso»

L’antifascismo é ancora attuale? Una domanda, non più una certezza. Anche a sinistra. Era infatti l’interrogativo che dava il titolo al dibattito del 31 agosto scorso a “Fornaci Rosse”, festa della sinistra di Vicenza. Ospite d’onore: Christian Raimo, intellettuale e politico romano che assieme a Michela Murgia, Wu Ming e Antonio Scurati é assurto a personalità di primo piano di quel mondo culturale di sinistra che fa del fascismo eterno (per citare Umberto Eco) il nemico sempre incombente sulla democrazia italiana. Tanto da dimettersi da consulente del Salone del Libro di Torino nell’ultima edizione, travolta dalle polemiche per il libro-intervista a Matteo Salvini edito da Altaforte, la casa editrice di un militante di Casapound, la cui presenza venne stigmatizzata da Raimo con un post su Facebook che gli valse poi l’accusa di ergersi a censore stilando liste di proscrizione.

Raimo, il fascismo é un’esperienza storica, circoscritta alla lotta contro il fascismo durante il regime di Mussolini, nella Resistenza e, volendo estenderlo ancora, negli anni della Prima Repubblica fino alla fine del Movimento Sociale Italiano, o una categoria metafisica, che va al di là delle epoche, per cui potremmo trovare a ritoroso dei fascisti anche duemila anni fa?
Metastorica. E sì, va al di là delle epoche. Non è solo filosofica, ideologica e politica. Le faccio un esempio molto semplice: prendiamo l’Isis. Ha caratteristiche che sono tipiche del fascismo: nell’impianto metodologico, nel culto virilista, della società militarizzata, nell’uso della violenza.

Scusi, ma pare la classica critica al fascismo come totalitarismo, quindi comune anche al comunismo stalinista, teorizzata dalla Arendt e poi fatta propria da tutto il pensiero egemone liberale.
Le caratteristiche del fascismo in realtà risentono della matrice italiana, come il virilismo o la vocazione mitica verso il passato.

Lei parla di matrice italiana. Esiste un filone di sinistra patriottica che si rifà al Risorgimento per il quale parlare di patria, di sovranità popolare e nazionale non era affatto sinonimo di fascismo. Penso ad esempio allo storico Silvio Lanaro, antifascista doc, secondo cui la patria era il “luogo principe dell’autorappresentazione” di un popolo, un bisogno, e non una invenzione più o meno falsa o strumentale. Lei invece nel suo libro “Contro l’identità italiana” pone, fin dal titolo, un netto rifiuto. Amore dell’utopia in funzione anti-sovranismo?
A me l’utopia va bene. Il libro ha un aspetto pamphlettistico, ma comunque risponde alla domanda: abbiamo bisogno della categoria di “identità italiana”? In tempi recenti non è più così facile. Nel Risorgimento o nella Resistenza era necessario, oggi é una mistificazione retrotopica, perchè le battaglie di oggi, quelle più importanti, sono planetarie.

Ma il soggetto politico dell’eventuale utopia, se non appartiene all’ambito degli Stati nazionali esistenti, quale è, dov’è, come si forma?
Il soggetto passa dall’internazionalismo e cosmopolitismo, necessariamente. La nazione è sì un’appartenenza rispetto a globalismi, localismi, indipendentismi, ma tutti i modi progressisti di declinarla sono finiti a destra. E’ stato Ciampi a portare a Salvini, che ha assorbito il discorso ciampiano, che allora andava contro la Padania di Bossi.

Sì ma Ciampi è stato anche uno dei principali autori della campagna a favore dell’Unione Europea. Il suo patriottismo compensava, retoricamente, la cessione di sovranità dell’Italia all’Europa.
Non solo serviva a legittimare l’Unione Europea, ma anche la fratellanza fra Stati nazionali. Per me la frattura è stata Genova 2001: il movimento internazionalista, approssimativamente definito con il nome di “no global”, venne represso e Ciampi dopo il G8 intervenne con parole vaghe. Ma capì la forza comunicativa di cui era dotata la pedagogia dell’italianità.

Tornando all’oggi, com’è possibile secondo lei pensare ad una concreta alternativa politica al bisogno di sovranità dei popoli europei in termini cosmopolitici? Non è in realtà dare una grossa mano al mercato globalizzato, che invece ha bisogno di abbattere i confini?
Ci sono trasformazioni epocali come i 250 milioni di persone che vivono in Paesi dove non sono nati. E’ la quinta nazione del mondo.

Secondo lei è un processo ineluttabile, come lo Spirito della Storia?
Non è un processo reversibile. E non solo per la questione economica, pensiamo anche alla questione climatica, che avrà sempre più un peso. In Europa viviamo tutto sommato bene, ma abbiamo una crescita demografica a zero. Io sogno un futuro in cui un pensionato cinese potrà venire a passare la vecchiaia qui in Europa.

Quindi i limiti a questo modello di sviluppo non possiamo deciderli noi? Si manifesteranno per così dire da soli?
Ci sono dei limiti oggettivi allo sviluppo mondiale: i cinesi e gli indiani non possono pensare di svilupparsi all’infinito.

Intanto, lei dice, dobbiamo sostituire all’identità la «coesistenza». Ma per coesistere bisogna che vi siano più soggetti che esistono, ognuno con la sua identità. Altrimenti si finisce con il legittimare una identità unica per tutti, l’omologazione culturale propria della globalizzazione.
Nel mio libro cito varie fonti, in particolare antropologi, e mi rifaccio al lavoro di Francesco Remotti. Abitualmente noi ci identifichiamo con una identità intesa come essenza, che ci serve sul piano logico. Ma ci serve sul piano politico? Nelle ultime pagine mi limito ad accennare una risposta, ricorrendo a filoni di pensiero europei, come appunto Remotti, ma anche non europei, come lo statunitense Justin Smith, e a una ontologia non identitaria, basata sull’etica della responsabilità di Emmanuel Lévinas.

Al Salone di Torino chiedeva che la casa editrice legata a Casapound fosse lasciata fuori. Di recente, dopo aver accettato, ha disdetto la sua partecipazione al trasversale festival Libropolis di Pietrasanta nel Lucchese, perchè si sarebbe sentito a «disagio», evidentemente per la presenza di alcuni autori. La diversità culturale cos’è, per lei?
Io sono anche una figura pubblica, non solo un intellettuale.

E’ assessore alla cultura nel III Municipio a Roma, sì. Ma lì era stato invitato come autore.
Ma un conto è se fossi solo uno scrittore o un giornalista, mentre ce ne sono pochi ormai di scrittori dichiaratamente impegnati a sinistra, di area, che vanno ai presidi per le case occupate, che fanno manifestazioni, che sono attivisti come me. Non rispondo solo a me stesso, ma a un collettivo. A Torino il problema era organizzativo, nel senso che già a gennaio avevo fatto presente che le case editrici di destra sono sempre di più, e alcune sconfinano nella militanza eversiva. Il pericolo da scongiurare era che Salvini venisse lì a presentarlo con Altaforte, con il rischio di scontri. Volevo sventare un’operazione canagliesca di entrismo: come se Francesco Cossiga avesse pubblicato con Meridiano Zero.

Ma quindi per lei vale il paradosso della tolleranza del liberale Popper, per cui l’amante della libertà ha il diritto-dovere di non tollerare chi considera intolleranti?
Sono convinto che la scelta dei confini da far rispettare in un evento con un programma culturale sia più che legittima.

Ma è un discorso solo di cultura, o anche legale, per lei? Finché non si viola una legge…
Io non do la sala municipale a chi fa propaganda contro i Rom, capisce? I confini in questi anni sono stati molto tirati, specie dalla retorica di Salvini che ha fatto di tutto per distruggere il dettato costituzionale. Il punto non era la libertà d’espressione, ma opporsi alla presenza di Altaforte. Per evitare che queli 8 metri quadri di quest’anno diventino 200 l’anno prossimo. La mia posizione era identica a quella di Carlo Ginzburg, ovvero una scelta politica, non di legalità. Anche se ho passato una notte intera a cercare tutte le evidenze legali del caso. E guardi che ho perso un lavoro, amicizie e ho rimediato una causa di risarcimento danni. Ci ho rimesso, non ci ho guadagnato.