La Casa di carta del Veneto scontento

Con questo governo il Veneto che pensa bene (e razzola malino) non sa che fare: essere contro o a favore? Dalì, dove sei?

Una mattina, mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao… A Vicenza per il ViOFF, la festa che coinvolge tutta la città sull’asse centro storico-Fiera nei giorni della classica esposizione orafa, hanno scelto come simbolo le statue di Salvador Dalì, il genio visionario del surrealismo. Un segnale? Da Vicenza parte l’assalto alla realtà grigia che opprime il Veneto?

Una mattina, mi son svegliato, e ho trovato l’invasor. E sì perchè ci siamo alzati e abbiamo fatto una scoperta sconcertante: da un lato il nuovo governo giallorosè rassicura molto categorie economiche, intellettuali moderati, giornali timorati, anti-salviniani ossessionati, Cottarelli innamorati (a Treviso ieri inneggiava al Conte 2 con ola da stadio), perchè è così giudizioso nel riverire il sacro graal di Bruxelles e così british nell’aplomb d’avvio che serve a mascherare la copula contronatura M5S-Pd; dall’altro, però, spaventa parecchio categorie economiche, costituzionalisti federalisti, giornali timorosi, salviniani delusi, gli Zaia che non si ancora se disorientati o ringalluzziti (il Capitano per far cadere il Conte 1 se n’è impipato delle Regioni del nord, mai citate, ma ora il governatore può tornare più convinto all’abituale polemica contro Roma padrona), perché dalle prime dichiarazioni del neo-ministro piddino Boccia è chiarissimo che l’autonomia, già incerta sotto regime gialloverde, adesso è certamente destinata a ridursi a una pochade. Per non parlare del rilancio grillino sui fronti ambientali e sociali, che atterrisce il veneto medio erotico liberale stomp, che al solo sentir parlare di salario minimo e tasse, sia pur ecologiche, gli vengono i sudori freddi.

O partigiano, portami via… Scartato il Salvini troppo sovranista e anti-Ue (tre paternoster e quattro avemaria per punizione ogni volta che si critica l’Unione una, santa, apostolica e lagardiana), tolto dalla rubrica telefonica Forza Italia utile come un ramo secco, ingabbiato il Pd nella coalizione con quegli strani tipi dei 5 Stelle che, d’accordo, sembrano ammansiti e maturati, ma non si sa mai, a chi può rivolgersi il Veneto che lavora, produce e si lamenta da una vita? A Calenda? Se l’unica vera richiesta è fare da sè, e chi fa da sè fa per tre, benchè poi sui quattrini (per le opere, per la politica estera commerciale, per il deficit spending di bilancio) si batte sempre cassa giù nella Capitale, mo’ che si fa? Si sostiene l’alleanza che ci ha liberato dall’occupante verde per meglio servire l’occupante Ue, oppure si sta dietro a Zaia, bene o male garante di pragmatismo e allergia ai colpi di sole?

O partigiano, portami via, che mi sento di morir. Il nostro buon uomo veneto, lavoratore indefesso e saggio amministratore della sua roba, si sente venir meno al pensiero di quel che accadrà nei prossimi mesi. Cioè una campagna elettorale per le regionali 2020 fotocopia di molte altre, con la Lega che estrae dal baule la spada del Leone di San Marco facendola volteggiare contro la mancata autodeterminazione del popolo veneto, il centrosinistra che fa ammuina farfugliando le sue cose incomprensibili e cerchiobottiste, il M5S nel mezzo a non sapere che pesci pigliare, le tasse sempre belle alte così non perdiamo il fiatone, l’immigrazione strumentalizzata a dovere anche se da queste parti, tolta la microcriminalità endemica, è in sostanza pacificamente integrata. E vai col circo delle acrobazie parolaie.

E se io muoio, da partigiano, tu mi devi seppellir. A un certo punto uno si arrende e fa come ha sempre fatto: si autoseppellisce nell’accettazione rassegnata, torna agli affari suoi e poi si vedrà. Infilerà la sua brava schedina nell’urna e tutto ricomincerà daccapo. Forse, chissà, nel subconscio del cittadino operoso s’insinua un Dalì in tuta rossa che fa saltare la Casa di carta del suo scontento. E seppellire, lassù in montagna, sotto l’ombra di un bel fior…