Cari imprenditori-suggeritori, un bel tacer non fu mai scritto

Gli industriali, anche del Nord, danno spesso “consigli” ai politici. Ma la storia insegna che è meglio lasciar perdere

Gli industriali sono preoccupati per il nuovo governo. In particolare quelli del Nord e del Veneto temono il governo giallorosso non sia sensibile ai loro problemi e difficoltà. In realtà, anche il precedente esecutivo gialloverde non aveva incontrato tutte le simpatie delle associazioni di categoria e le critiche anche pesanti non erano mancate. Repetita iuvant? Equidistanza dalla politica? Nulla di tutto questo, purtroppo.

Ora, non saremo certo noi a difendere la politica – vero, fondamentale ombelico delle disgrazie italiane – ma le ripetute uscite confindustriali su temi propri delle scelte governative sono uno di quei rituali dei quali faremmo volentieri a meno, perché aumentano la confusione già alta sotto il cielo e perché in genere non approdano a nulla, o quasi, di buono per l’interesse generale del paese. Ad esempio, a noi risulta che il fatto che gli imprenditori si debbano impicciare di politica non stia scritto da nessuna parte. Men che meno ci risulta che il principio trovi posto in qualche manuale di scienza politica.

Questa commistione tutta pratica, non è solo la saggezza popolare a proibirla (ofelè fa ‘l to mesteè), ma anche l’elementare applicazione del criterio di separazione dei poteri o della divisione del lavoro, a scelta. In generale poi, a dirla tutta tutta, la presenza diretta in politica degli industriali (anche veneti) è stata una iattura immensa per il Paese: da Calearo a Colaninno (per citare i primi che ci vengono in mente) i risultati sono stati molto scarsi, se siamo, come siamo, ancora qui a spicciarci con la parola “crisi”, nel fondo di un barile così profondo da dover escogitare una coalizione politica talmente insolita, da sembrare contraria alle leggi della fisica, oltre che alle più elementari regole del buon senso.

Gli imprenditori-suggeritori della politica o peggio direttamente coinvolti nella politica sono una delle peggiori disgrazie italiane, purtroppo molto antica, ma che dovremo cercare di curare, non di incrementare. Sono un’altra delle cause della crisi economica di questo paese, non una sua possibile soluzione. Eppure l’idea non muore, a ogni governo industriali e mezzi di informazione relativi suonano la grancassa dell’insoddisfazione, mentre inediti astri nascenti dell’imprenditoria italiana (leggi: Urbano Cairo) si scaldano ai bordi del campo, pronti a entrare (per il bene del Paese!).

La Repubblica di Venezia, ad esempio, nel suo periodo di massima decadenza (XVIII secolo) dopo anni e anni di ricchezza e di crescita, giunta alla “canna del gas” diremmo oggi, fondava la sua sopravvivenza economica principalmente sulle concessioni pubbliche, miniere, tabacco, sale e quant’altro potesse dare un minimo di entrate sicure alle esauste casse pubbliche. In tal modo la Repubblica (come istituzione) in tal modo appunto sopravviveva, mentre tranquillamente il paese, la popolazione moriva di fame, il lavoro mancava, i commerci languivano, l’agricoltura piangeva, le imprese scomparivano, nella migliore delle ipotesi affossate dalla corsa alla protezione pubblica. E poi tutti sanno come finì. Inutile dirlo: con le dovute differenze, la situazione attuale è molto simile. Anche oggi per fare profitti in Italia gli industriali (con le dovute eccezioni ovviamente) preferiscono cercare una bella concessione autostradale, vendere elettricità o telecomunicazioni (beni pubblici), che non fare gli imprenditori nel senso vero della parola. Meglio continuare a rimbrottare i governi di turno, a suggerire nuove politiche economiche, piuttosto di lavorare e rimboccarsi le maniche.

Anche se, fortunatamente, non tutti gli imprenditori sono uguali – dobbiamo dirlo – la solidarietà classista che li accomuna, e che li nasconde dietro questo vociare perennemente suggeritore della politica, è di danno solo per quanti lavorano seriamente, numerosi anche nel Veneto, non solo tra i più piccoli. Ma il rumore, lo strepitio di quelli che non lavorano, di quelli che credono di poter fondare i loro successi imprenditoriali sulla benevolenza delle politica e non sulle corrette azioni di mercato, schiaccia il lieve brusio di quanti non badano alle chiacchiere, da Vicenza ad Agordo. Ecco, senza voler snaturare la propensione lavorativa della parte sana degli imprenditori veneti, sommessamente, vorremmo chiedere a questi ultimi di mettere a tacere ogni tanto il vociare confindustriale, non dico eleggendo se stessi ad esempio da seguire, ma guidando tutti gli imprenditori (che in quanto tali hanno maggiori responsabilità nel paese) a un inedito operoso silenzio, quanto mai necessario in periodi così gravi come il presente. Il silenzio è d’oro.

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