Gli uccelletti della BpVi e le allegre comari di Zonin

Le dichiarazione in tribunale dei fratelli Loison illuminano sul modus operandi del sistema BpVi: conformismo e carrierismo sociale. Ne siamo davvero usciti?

La notizia buona è che ci sono imprenditori, peraltro di grande nome, che sfidano la tipica ritrosia veneta a esporsi e lo fanno addirittura in tribunale, dove le parole pesano il doppio, nel processo sulla BpVi. Che non è un processo qualsiasi: è un giudizio penale sui reati (aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza, falso in prospetto, a rischio prescrizione dunque aspettative zero) ma anche l’occasione per esaminare cos’è stato il sistema di potere che ruotava attorno alla “banca del territorio”. Cos’è stata, in parte, cos’è ancora oggi. La notizia cattiva, infatti, è che oltre ai fratelli Dario e Tranquillo Loison, che con le loro testimonianze hanno dato voce ad accuse che circolano da anni sulla bocca (cucita) di tanti, di altri coraggiosi non c’è traccia – o quasi: Giancarlo Ravazzolo e Renè Caovilla, testimoni anche loro in aula, hanno rilasciato dichiarazioni nella sostanza simili, ma non così forti.

Quel che ha detto a giugno Dario Loison («Il presidente Zonin sapeva tutto delle baciate, non può venire qua a proclamarsi innocente. E’ possibile che uno menta sapendo di mentire e gli venga anche permesso? Stiamo parlando di un piano diabolico e strategico finalizzato agli affari suoi. Stiamo parlando di un delirio di onnipotenza che ha distrutto la banca») e ciò che ha affermato sabato scorso Tranquillo Loison, sui motivi dell’esclusione dalle famose “cene degli uccelli” chez Zonin, e cioè che in assemblea lui e il fratello non votavano in assemblea soci secondo i desiderata superiori («Non ho accettato di votare i soliti fogli precompilati. Ho indicato persone neutrali e indipendenti e non dei lacché. Chi votava contro la squadra di Zonin veniva subito identificato, il codice a barre rifletteva il mio nome, in tutte le votazioni eri facilmente identificabile, non mi stupii che Zonin non mi volesse più alle cene e non soffrii per questo») sono uno squarcio illuminante sulla “società-bene” gravitante nell’orbita dell’ex dominus, e valgono già in sè come cartina di tornasole della cortigianeria a puntello del “sistema BpVi”.

Segreto o non segreto che fosse il voto assembleare («Ero tracciabilissimo», giura Tranquillo), se colleghiamo queste rivelazioni alle denunce passate e misconosciute di ex amministratori come Gianfranco Rigon, soci storici come Maurizio Dalla Grana, avversari antemarcia come Alessandro Dalla Via e quei pochi che hanno avuto un coraggio ben maggiore nel mettersi contro ai tempi di Zonin regnante e imperante, se ci aggiungiamo la memoria incontestabile del clima da adunata oceanica delle assise annuali, allora si fa luce sulla modalità diciamo sociologica e antropologica, gestionale e di stile con cui il ventennio zoniniano si è tradotto in fatti. Fatti storici, prima e al di fuori del piano penale. Ora, come rari sono gli esponenti dell’imprenditoria e borghesia locale che ancor oggi non hanno le palle per parlare, nemmeno in tribunale ma almeno sui giornali, preferendo far finta di non aver mai conosciuto l’ex Re Sole, d’altra parte saranno rade le persone dotate di minimo senso del ridicolo che negheranno che essere ammessi alla corte era un titolo di prestigio a cui ambivano in molti. Il servilismo, lo sgomitare per esserci, la logica della cooptazione erano gli spiedi a cui erano infilzate le legittime richieste di finanziamento dell’economia veneta.

Zonin, a margine dell’udienza dell’altro giorno, ha liquidato Loison concedendosi il solito tono sprezzante e beffardo di chi cade dal pero, e contemporaneamente evidenziando con perfidia la piaggeria che lo circondava: «Io a queste cene sono andato solo due volte dopo immense insistenze, i clienti mi chiedevano: ci tengo presidente… tra l’altro aumentavano il colesterolo perché si mangiavano uccelletti. Quando si incontrano questi tipi di individui e persone non c’è da stare allegri, mi dispiace che è un imprenditore a dire queste cose, dovrebbe forse avere più dignità». Dignità: un valore che i Loison hanno senz’altro recuperato, sia pur tardi («Con il senno del poi – ha detto Dario mesi fa – hanno ragione quelli che dicono “non era un sospetto che la banca chiedesse favori?”. Ho sbagliato, noi imprenditori vicentini siamo stati stupidi e veniamo giustamente canzonati. Fuori Vicenza ci prendono in giro ed hanno ragione a prenderci in giro»). I responsabili e i complici del Grande Crollo, che Loison troppo pudicamente non cita, la dignità invece l’hanno persa da quel dì. A quelle cene di allegre comari dell’arrivismo.

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