Renzi lascia il Pd per tre motivi. Conte, stai sereno

Ecco perchè l’ex segretario ha deciso adesso la scissione dal suo partito

Era nell’aria. Che Matteo Renzi, ringalluzzito dalla nascita del governo giallorosso, di cui è (con Grillo) il principale artefice, stesse accarezzando l’idea di un colpo di scena era ipotesi che aleggiava nelle analisi di tanti. Però ci si attendeva l’appuntamento fiorentino della Leopolda come occasione di svolta, non certo metà settembre. Il che ci pone subito davanti al vero dilemma politico del momento: come mai questa accelerazione? Cosa ha cioè spinto l’ex sindaco di Firenze a rompere gli indugi, annunciando anzitempo l’esistenza della «cosa misteriosa»? I resoconti di queste ore parlano di un Renzi «gasatissimo» e «decisamente in palla», ma è difficile pensare a un’idea figlia dell’entusiasmo; anche perché, che all’uomo il Pd stesse stretto, lo si sapeva.

La nascita affrettata della «cosa» renziana, stimata tra il 5 e il 7%, sembra avere più cause. Tre almeno. La prima è una questione di leadership, che risponde al nome di Giuseppe Conte. L’ex sindaco di Firenze, tutto fuorché sprovveduto, ha capito che un premier sempre più accreditato in Europa  – in ottimi rapporti con la Merkel e già incoronato da Le Figaro come l’«uomo della barricata anti Salvini» – avrebbe potuto pregiudicare il suo ritorno nell’agone politico, soprattutto con una permanenza all’interno di un partito, il Pd, che con Conte oggi governa. Il colpo di teatro in corso serve dunque a Renzi per poter tornare ufficialmente sulla scena, prima che altri la occupino troppo a lungo. Un secondo motivo per cui il progetto renziano decolla con anticipo è la ripresa nei sondaggi della Lega. Proprio così.

Infatti, anche se una parte di commentatori non piccola – ma neppure acuta – ciancia da settimane di «suicidio leghista», dall’altra più rilevazioni accreditano il partito di Salvini non solo stabilizzato, ma di nuovo in crescita (dal 30,5% del 9 settembre al 32,3% di ieri, secondo Tecnè). L’agosto nero è insomma già alle spalle e Renzi che, insistiamo, fiuta il vento meglio d’altri, deve aver capito che la politica italiana rischiava di finire cosa a due, tra Salvini e Conte. Un terzo motivo che può aver spinto il fiorentino a bruciare le tappe – con quella che dovrebbe chiamarsi  “L’Italia del sì”, prendendo così in prestito lo slogan che Matteo Salvini utilizzava contro i grillini – è sempre legato alle sorti di un governo giallorosso che già dai suoi primi vagiti appare tenuto insieme con lo scotch e incapace di crescere nei consensi. Urgeva quindi un scossa: eccola.

Poi certo, Renzi ha già chiarito che non uscirà dalla maggioranza – «lascio i dem ma resta il mio sostegno al governo» – ma ricordiamoci che parliamo di chi proferì «Enrico stai sereno» prima di silurare Letta. Ergo, non si sa come l’abbia davvero presa Giuseppe Conte eppure una cosa è certa: una pacca sulla spalla di Nosferatu sarebbe stata più rassicurante. Sì, perché la verità è che adesso la tensione politica è alle stelle, con le prime stizzite reazioni alla «renzata», come pare l’abbia definita lui stesso, che arrivano proprio dal Pd. D’accordo, ma che diamine sarà davvero la «cosa» renziana? «Farò un partito totalmente innovativo, una cosa che non si è mai vista in Italia», sono le parole dell’interessato. Staremo a vedere, anche se la sensazione è che, al di là della carrozzeria che sarà di certo fiammeggiante, la creatura di Matteo Renzi conterrà fondamentalmente una cosa. Il suo ego.

(ph: Imagoeconomica)