I Benetton e i 13 milioni a Castellucci: ci indigniamo solo ora?

La famiglia di Ponzano Veneto non è nuova a far parlare male di sè. Ma politica e media coprono sempre

L’avventura della famiglia Benetton (Atlantia) in Autostrade spa è ai quadri finali, ma le ultime scene sono da film dell’orrore, pagine tra le più nere della storia del capitalismo italiano. L’horror non è tanto nella pur inverosimile liquidazione assegnata all’ad Castellucci, 13 milioni di euro, che se raffrontata alla cifra resa disponibile da Autostrade per il risarcimento alle famiglie vittime del crollo del Ponte Morandi (1,5 milioni), dà nuovamente il segno di un’insensibilità incomprensibile. Ma ciò che più spaventa – e che le televisioni farebbero bene a sottoporre a parental control – è l’evidente, incredibile manfrina andata in onda subito dopo la pubblicazione delle clamorose e inequivoche intercettazioni, in cui i manager di Autostrade davano ordine di ridurre la manutenzione dei viadotti, pubblicazione seguita inopinatamente dal «grido di dolore» del capostipite dei Benetton, pronto a chiedere la testa del suo ad per le colpe ormai evidenti come se nulla fosse, tipo uno Zonin qualsiasi («non c’ero e se c’ero dormivo»).

Tuttavia, mentre il velo è stracciato, mentre i titoli di coda scorrono sulle vicende della famiglia Benetton, ancora non vediamo – come al solito – nessun cenno sui giornali italiani a proposito delle complicità e della prevedibilità dell’ennesima disastrosa vicenda, che come in molti altri casi (Parmalat, MPS, Banco Ambrosiano), è giunta a esiti che tutti dovremo pagare. Da tempo, infatti, Benetton aveva dato segni di non rappresentare l’ala più etica del capitalismo italiano. Almeno da quando, mentre cercava di accreditarsi un’immagine morale attraverso le campagne pubblicitarie di Oliviero Toscani, finiva coinvolta in disdicevoli casi di sfruttamento dei lavoratori. Da quando almeno il suo comportamento in America Latina coincideva con le peggiori azioni del capitalismo colonialista, che credevamo di aver dimenticato. Oppure da quando, grazie al sostegno dell’establishment politico e finanziario italiano, riusciva a impossessarsi a debito (come avrebbe potuto un investitore qualsiasi) di cruciali e lucrosissime concessioni pubbliche. Insomma, era da tempo che i comportamenti imprenditoriali della famiglia Benetton avrebbero dovuto essere più attentamente tenuti sotto osservazione da quelle istituzioni pubbliche, che altrove hanno a cuore l’interesse pubblico e cercano di prevenire costi e lutti per i cittadini.

Ora non sappiamo come finirà, perché dubitiamo seriamente che questo governo abbia la forza e la voglia, nonostante le rodomontate di qualche pentastellato, di ripulire il capitalismo italiano da imprenditori di questo genere. Temiamo che la vicenda si trascinerà. Avremo i processi, i cui esiti diluiti nel tempo, in ogni caso, oltre a non restituire nemmeno l’ombra del risarcimento minimale per le vittime, non saranno soprattutto in grado di ridare alla politica, alla magistratura e agli imprenditori italiani quella credibilità che è la base della convivenza civile. Inutile stracciarsi le vesti davanti alla cialtroneria, alla volgarità e alle cadute autoritarie di alcuni politici, se poi le istituzioni non solo non riescono a prevenire fatti del genere, ma al contrario – con la complicità della stampa – ne sono certamente almeno in parte la causa.

(Ph Imagoeconomica)