Renzi, il Micron italiano

Il Bomba ha fondato il suo partitino ricattatorio. Gli altri si stanno preparando a imitarlo. Ma sono diversi sono nelle sigle. Aridatece la Prima Repubblica

Prendete un soggetto come Matteo Renzi, l’aspirante Macron, anzi Micron italiano. La mossa del suo omonimo, il Capitano autodegradatosi da governante a oppositore, lo ha rimesso in pista alla grande, talchè oggi tira fuori dal cappello la sua. Studiato già da mesi, trattasi di un partitino del 5%, “Italia Viva”, con cui far valere il potere di ricatto sulla maggioranza giallorosé, sedendosi in autonomia ai tavoli delle nomine in primavera (Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Fincantieri eccetera). Un malfidente con gobba andreottiana penserà: vuoi vedere che i due Mattei si erano messi d’accordo, così uno diventa capo del partito unico di destra, mentre l’altro di un futuribile nuovo centro lasciando il Pd a sinistreggiare con i 5 Stelle? L’unica certezza è che entrambi ragionano e agiscono secondo il proprio particulare, come da immemore tradizione di faziosità arcitaliana.

Interessi di bottega: questa è la logica. Nient’altro. Perchè ora, forza, provate a scovare le differenze non diciamo ideali, non osiamo dire ideologiche, ma neppure di banali idee fra un Renzi e lo stesso Zingaretti. O fra loro e Berlusconi (o quel che ne resta: aveva lanciato “Altra Italia”, nessuno ne sa più niente). O con Calenda. O con la Bonino. O con la Carfagna. Parliamo delle idee che contano, le quattro idee in croce che danno la reale misura della diversità di fondo fra un partito e l’altro. Con tutte le loro contraddizioni e giravolte, per lo meno la Lega e i 5 Stelle un’identità un minimo marcata ce l’hanno. Il leghismo è sovranista (o sovranaro, dipende se si guarda più alle intenzioni o ai fatti), come Fratelli d’Italia; i 5 Stelle, poveri pan di stelle autoaffondatisi nel latte del sistema, vengono pur sempre dal populismo ultrademocratico. Ma tutti quegli altri, in cosa differiscono, di grazia?

Nelle storie personali dei leader, certamente. Nel fatto che c’è chi canta ancora “Bella ciao” pur avendo il poster di Mario Draghi in cameretta, senz’altro. Nella percentuale di calibratura su quanti immigrati, quante tasse o quanti paroloni europeisti infliggere al popolo per circuirlo e accapparsene i voti, non c’è dubbio. Ma queste sono sfumature. Il colore è unico e omogeneo: son tutti adoratori più o meno acritici del sacro vincolo esterno Ue, tutti immigrazionisti più o meno sfegatati, tutti liberali in economia, tutti servitor cortesi del modello di vita più inquinante, depressivo e insano che si sia visto dai tempi dei totalitarismi novecenteschi. E non gliene frega nemmeno nulla: pensano soltanto a come conquistare e spartirsi il potere, non a come cambiarlo. E quando tentano, come Renzi con il referendum sulla Costituzione, è per cambiarlo in peggio, per aumentarne il carico da novanta di conservatorismo (cos’era la riforma Boschi-Jp Morgan se non una stretta per vincolare ancor di più la Carta all’efficienza finanziaria?).

Si stava meglio quando si stava peggio, per dirla con Longanesi. Nella Prima Repubblica almeno i partiti nascevano con qualche consistenza programmatica, con un carattere culturale, perfino i microscopici socialdemocratici o i repubblicani avevano un’idea forte di Stato e di società. Nella Seconda, era già degenerazione. Oggi siamo al nulla assoluto. L’oligarchia è nuda: non porta più nemmeno un velo di pudore. Auguriamoci un astensionismo al 90%. Per dignità.