Patto 5 Stelle-Pd: ottimo a Roma, nefasto alle regionali

Alle amministrative la convenienza per le due forze al governo è opposta. In Veneto i pentastellati non dovrebbero neanche pensarci

Dopo la formazione del nuovo governo, Dario Franceschini apre alla possibilità di fare coalizioni con il 5 Stelle anche a livello locale. Le elezioni regionali, quelle comunali, le europee e le politiche sono molto diverse tra loro. Lo erano meno in passato quando la politica era strutturata in elettorati in massima parte stabili nel tempo e nello spazio. Oggi, invece, rispondono a diverse situazioni e logiche variabili ed effimere, comprese le leggi elettorali. Questo è un bene per chi crede che la diversità costituisca un grande valore umano e sociale che sta alla base del progresso.

La collaborazione al governo nazionale tra Pd e 5 stelle costituisce la più brillante e opportuna operazione politica degli ultimi dieci anni in Italia e, speriamo presto, anche in Europa (se la si saprà gestire). Ma accordi regionali sono da evitare. Per lo meno come strategia politica generale. Ovviamente, eccezioni possono essere considerate se non si rimane chiusi nell’ideologismo integralista. I contratti di governo tra Lega e 5 Stelle e quello successivo in vigore tra Pd e 5 Stelle sono un segno di elasticità mentale e intelligenza politica post-ideologica da parte di chi è stato capace di elaborarli e concluderli.

Al Pd, in effetti, può convenire nel breve periodo estendere l’accordo nazionale a livello regionale e locale. L’orizzonte temporale delle strategie del Pd non supera i pochi mesi al punto che alcuni pretendenti leader si iscrivono dichiarando che se ne potrebbero andare il giorno stesso. Quindi l’offerta di allearsi con il 5 Stelle anche localmente ha molto senso per il Pd. Un partito conservatore non ha progetti, ma vive alla giornata cercando di gestire il presente sperando che nulla cambi e, se deve proprio cambiare, tutto avvenga lentamente. Questa affermazione non contiene alcun giudizio negativo: tutt’altro! Della conservazione e dell’attrito al cambiamento abbiamo bisogno per renderlo più solido.

I 5 Stelle, invece, hanno un futuro se continueranno a proporre cambiamenti radicali e riusciranno a imporsi come un’alternativa nazionale al Pd. Anche a livello europeo abbiamo bisogno di una politica progressista e radicale su basi nuove, ma responsabile e rispettosa delle istituzioni. Un’alleanza stabile con il Pd disinnescherebbe la componente radicale del 5 Stelle. Tra l’altro, i 5 Stelle a livello locale possono mettere a frutto la legittimazione ricevuta dal Pd in modo tale da acquisire, come già successo, elettori di sinistra, soprattutto nell’area ambientalista. 

Per i 5 Stelle, il modo migliore per sfruttare a proprio vantaggio l’accordo di governo e l’acquisito sdoganamento democratico, consisterebbe nel coordinarsi con liste civiche con le quali potrebbe riuscire in alcuni casi a ottenere un consenso nettamente superiore alla sinistra centrista tradizionale (Pd+LEU+altri) e naturalmente alla destra. In caso di sconfitta, manterrebbe, in una strategia di lungo termine, l’identità progressista e riformatrice che qualsiasi conservazione potrà occasionalmente rallentare, ma mai fermare.

Nel Veneto, i 5 Stelle non dovrebbero nemmeno per un momento pensare a un accordo con il Pd. Piuttosto, la vera spinta progressista e riformatrice la possono esprimere partecipando attivamente al dibattito sull’autonomia e sulla necessità di realizzare uno schieramento politico a supporto di un partito (o lista o movimento) territoriale. L’autonomia, a due anni dal referendum, non ha fatto passi concreti in avanti e la conservazione di chi è radicato da decenni a Roma sta cercando di insabbiare ogni progresso. In questo campo gli elettori dei 5 Stelle ritroverebbero quell’entusiasmo rivoluzionario e radicale che li caratterizzava, ma che l’abbraccio con la Lega prima e con il Pd (per quanto opportuno) in seguito ha affievolito.

(ph: Imagoeconomica)