Basilica Palladiana, così Rucco si sbarazza del “Goldin-pensiero”

Ciclo di mostre in arrivo: il nuovo allestimento è la vera innovazione dell’amministrazione di centrodestra. Almeno per quanto riguarda la cultura

La maggiore novità dell’amministrazione Rucco a Vicenza rischia di essere – fin qui – quella che è stata presentata qualche giorno fa in una conferenza stampa tutt’altro che affollata. Per fermarci alla cultura (ma la scelta di cui parliamo va oltre ed è probabilmente anche più importante), si potrebbe obiettare che “novità” si possono considerare la direzione del Ciclo degli Spettacoli Classici voluta dal sindaco, ad esempio, o la “joint venture” con il Cisa Palladio per il prossimo triennio espositivo in Basilica. In realtà, quelle sono scelte di politica culturale che non hanno “ipso facto” la portata dell’innovazione in grado di determinare altre conseguenze sostanziali e stabili. Certo, i cambiamenti sono, saranno sotto gli occhi di tutti, ma sempre teatro si farà sulla scena di Palladio e Scamozzi, anche se ovviamente con prospettive culturali ben diverse da quelle di chi aveva facoltà di scegliere in precedenza; sempre mostre saranno realizzate in Basilica Palladiana, anche se con idee sideralmente lontane dal cosiddetto “Goldin-pensiero“.

Il nuovo allestimento della Basilica

Stendendo un pietoso velo sull’opinabile “arredo urbano”, per fortuna temporaneo, realizzato con le sculture di Dalì sparse per strade e piazze, spesso di una bruttezza sconcertante, la vera grande innovazione dopo un anno e mezzo di centrodestra, invece, riguarda l’allestimento della Basilica per le mostre. Si parla di una questione strutturale e tecnica che è anche uno strumento progettuale e culturale fondamentale: un tema che durante gli anni goldiniani era stato un po’ furbescamente minimizzato se non sottaciuto, finendo peraltro per essere fonte di pesanti costi sempre in capo alla municipalità, fino al clamoroso braccio di ferro nato all’ultima esposizione dell’organizzatore trevigiano, quando la Sovrintendenza si era messa di traverso, pretendendo modifiche e aggiustamenti per salvaguardare la visibilità e le caratteristiche del “contenitore” monumentale.

Più semplicità

Prima e oltre il suo progetto culturale per le tre mostre che verranno, insomma, il colpo qualificante di Guido Beltramini, appare a tutti gli effetti la sua scelta di affidarsi, per l’allestimento della Basilica, all’architetto ferrarese Antonio Ravalli, lo stesso professionista che aveva firmato (oltre a molte altre cose) l’allestimento della fortunata e bella mostra curata dal direttore del Cisa nel 2016 a Palazzo Diamanti, “Orlando Furioso 500 anni”. Rispetto alla pesantezza degli allestimenti dell’era Goldin, che avvolgevano il visitatore delle sue mostre fino a fargli dimenticare dove si trovava e anzi a impedirgli quasi di vedere dov’era; rispetto alla macchinosità dell’impiantistica e alla sovrabbondanza di materiali nell’infelice tentativo di ricostruire spazi museali tradizionali (una sequenza di sale e salette), l’allestimento di Ravalli, “benedetto” dalla Sovrintendenza e volutamente pensato per non essere adatto a tutte le stagioni (quella più calda è esclusa per motivi tecnici), ha tutta l’aria di essere una di quelle felici combinazioni in cui la profondità dell’ideazione si realizza in assoluta semplicità.

Una città nella città

Dimostrando, almeno sulla carta, una duttilità in grado di assicurare disposizioni mutevoli e mai uguali a se stesse, che possono percorrere lo spazio orizzontale del salone medievale in direzioni multiple, sempre lasciando la dimensione verticale libera e fruibile dallo sguardo. Il tutto “assorbendo” gli elementi tecnici (cioè l’impiantistica per la climatizzazione e l’illuminazione) all’interno delle strutture che costituiscono anche gli spazi espositivi. E anche, risultato davvero rilevante, garantendo una disposizione che permette di visitare il salone della Basilica anche senza visitare la mostra eventualmente in corso. Progetto e realizzazione, secondo quanto è stato detto a Palazzo Trissino, dovrebbero costare un po’ più di 200 mila euro, mai come in questo caso secondo la logica dell’una tantum. Questo allestimento, infatti, che nell’idea del progettista dovrà costruire all’interno del salone una sorta di mini-percorso urbano, con spazi di passaggi modulari (quasi nella logica di vie e piazze), non uscirà più dalla Basilica per i prossimi anni. Gli elementi che lo compongono, pannelli alti 3,5 metri con uno spessore di 60 centimetri, una volta conclusa ciascuna mostra saranno assemblati fino a costituire una sorta di “monolite” alla Kubrick, se ci si passa l’immagine, in realtà un cubo di 8 metri per 8 e non un parallelepipedo (ma tali sono invece le 14 pareti autoportanti), ma comunque di colore nero. Ci saranno dunque quattro facce nude – in assenza di mostre – che dovranno diventare schermo per proposte multimediali.

Gioco di luci

Il colore è forse l’elemento di cui Antonio Ravalli va più fiero, com’è tipico dei progettisti capaci di commisurare l’inventiva con le caratteristiche dei materiali. Il nero delle superfici, che potrà avere anche sfumature blu notte – pensato per esaltare il gioco delle luci in chiave espositiva – non è infatti una vernice, ma deriva dal fatto che l’acciaio dei pannelli non sarà “decapato”, ovvero non subirà il trattamento di rimozione degli strati superficiali e di lucidatura. In attesa di vedere che effetto farà il progetto nella concretezza degli antichi spazi – il passaggio necessario a una valutazione positiva che vada oltre le considerazioni su disegni, diapositive e “rendering” – una bella brochure sulla mostra che Stefania Portinari sta curando (apertura il 6 dicembre), consegnata in occasione della conferenza stampa sull’allestimento, è colma di immagini di assoluto interesse. “Ritratto di donna” promette più che bene, anche se Ubaldo Oppi ne sarà protagonista solo parziale. O forse, detto senza ironia e riconoscendo la qualità del pittore vicentino di adozione, proprio per questo.