Funghi radioattivi nei boschi del Cadore

A 30 anni dal disastro di Chernobyl, riscontrata la presenza anche nelle carni di alcuni esemplari adulti di cinghiali, cervi e caprioli

A distanza di 30 anni da Chernobyl, i funghi che si trovano nei boschi bellunesi potrebbero avere ancora cesio-134, ovvero il metallo tossico che si è sprigionato in seguito all’ondata radioattiva. L’Uls 1 Dolomiti li sta esaminando insieme a frutti di bosco e selvaggina. Ecco cos’ha dichiarato il dottor Oscar Cora, del servizio igiene alimenti e nutrizione dell’Uls 1 Dolomiti e vicepresidente dell’Associazione micologica bellunese Bresadola al Gazzettino.

Fughi

«Nei Finferli, cioè il Cantharellus cibarius, e finferle, ovvero il Cantharellus lutescens, c’è una significativa diminuzione. I porcini captano poco il cesio quindi, fin dall’inizio non hanno rappresentato un rischio alimentare. Ci sono, però, altri funghi che presentano valori superiori a quelli consigliati, ovvero 600 Bq per chilo. Lasciate stare quindi la Hygrocybe punicea, il cosiddetto fungo della brosa, la caperata (Rozites caperatus) e lo steclerino dorato (Hydnum repandum)».

Frutti di bosco e selvaggina

Frutti di bosco, compresi i mirtilli, sono risultati già dal 2013 sostanzialmente liberi. Ma all’epoca avevamo riscontrato presenza di cesio significativa nel fegato e nelle carni di alcuni cinghiali, caprioli e cervi. Ad oggi il problema è assolutamente ridimensionato, un alto tasso di cesio rimane solo per qualche esemplare adulto».

Come consumarli senza rischi

La regola, sia per quanto riguarda i funghi che per la selvaggina, è non esagerare nel consumo. «La questione rischio tocca l’ingestione ripetuta e ravvicinata di esemplari di specie che hanno la capacità di assorbire metalli pesanti. È la grande quantità, insomma, che mette a rischio la salute».

(ph: Flickr Dr. Hans-Günter Wagner)