Anziani: servizi per non autosufficienti al palo, peso su badanti e familiari

Roma, 25 set. (AdnKronos Salute) – Pochi servizi pubblici per l’assistenza agli anziani, ‘sostituiti’ da badanti e familiari. L’Italia è un Paese ‘vecchio’ – e in progressivo invecchiamento – che, però, continua a investire poco nell’assistenza a lungo termine (long term care): dal 2013 al 2016 gli over 65 non autosufficienti in Italia sono aumentati del 46% mentre il tasso di copertura del bisogno – ovvero il numero di anziani non autosufficienti raggiunti da servizi pubblici residenziali e diurni – è rimasto pressoché stabile, passando dal 10,4% al 10,2%. E’ il quadro che emerge dal secondo Rapporto sull’innovazione e il cambiamento nel settore Long Term Care, realizzato da Cergas Sda Bocconi con il supporto di Essity.
Il Rapporto conferma che, a fronte del bisogno crescente in termini di assistenza e servizi per le persone over 65 non autosufficienti, i servizi attualmente disponibili (pubblici e privati) non riescono ancora a fornire una risposta adeguata ai bisogni delle famiglie. In questo scenario, le badanti hanno superato il milione nel 2018 confermando di essere la soluzione più diffusa e capillare nel nostro Paese (ad esempio si ricordi invece che gli ospiti dei servizi residenziali – Rsa – sono circa 287.000 ogni anno). Emerge una forte necessità di rivedere i modelli di servizio e ricercare soluzioni innovative.
Stringendo il campo di osservazione sulla popolazione over 75 non autosufficiente e su due tipologie di risposta al bisogno, quella istituzionale tramite Rsa e quella tramite badanti, il rapporto evidenzia l’esistenza di tre situazioni a livello Paese: in alcune aree geografiche sia i servizi pubblici che la presenza delle badanti sono molto poco diffusi, infatti insieme raggiungono tra il 14 e il 30% della popolazione over 75 non autosufficiente. Le regioni coinvolte sono Molise, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Abruzzo e Campania.
In questo caso il peso della cura è molto spostato sulle famiglie. In altre aree si riscontra una più strutturata presenza di badanti, una rete che, da sola, arriva a coprire tra il 41 e il 65% del fabbisogno degli over 75, in presenza di una diffusione eterogenea di servizi pubblici. Si tratta di: Valle D’Aosta, Umbria, Toscana, Sardegna, Lazio, Friuli, Liguria ed Emilia-Romagna. Infine, in altre ancora (Veneto, Piemonte, Trento e Lombardia) la rete pubblica è molto più estesa così come il ricorso a badanti. I due servizi insieme forniscono una copertura che supera il 70%.
“Questi dati mostrano profonde differenze tra territori regionali che corrispondono a diversi contesti socioeconomici ma anche a diversi modelli di welfare pubblico e articolazione del settore sociosanitario”, commenta Elisabetta Notarnicola, Associate professor of practice, Divisione government, health e not for profit presso Sda Bocconi School of Management. “Esistono infatti aree più organizzate, in cui c’è stato un più alto investimento nel settore long term care, che nel tempo ha permesso una buona strutturazione del sistema sociosanitario accompagnato anche da una maggiore organizzazione delle famiglie che scelgono di rivolgersi a servizi privati e strutturati. In altri contesti, invece, il caregiving familiare è molto più intenso e continua a rimanere la prima (e talvolta unica) risposta”, conclude.
Il Rapporto ha indagato quale fosse l’effettivo impegno complessivo delle Regioni in termini di revisione delle politiche dedicate agli anziani. In particolare, si è analizzato che, tra il 2015 e il 2019, sono stati emessi ben 365 atti regionali sul tema, a segnale che questo è presente nelle agende di policy delle Regioni. La maggior parte degli interventi avevano però l’obiettivo di portare a regime o perfezionare il sistema (definendo o migliorando le già esistenti regole di funzionamento, quali standard assistenziali, tariffe e criteri di varia natura), mentre solo pochi erano orientati a promuovere un cambio di paradigma. Infatti, la percentuale di questi relativa all’introduzione di servizi innovativi è limitata al 10,7% nei 5 anni indagati.
“In prospettiva futura sappiamo che la sfida demografica e, quindi, anche l’aumento dei non-autosufficienti, è implacabile. I servizi per come li conosciamo oggi, ci mostrano che il welfare pubblico riesce ad arrivare fino ad un certo punto considerando che le risorse finanziarie a disposizione sono limitate e contingentate anche da un periodo di scarsa crescita – afferma Notarnicola – Il nostro Rapporto vuole quindi promuovere una riflessione sulle modalità che ci permetteranno di gestire la crescita dei fabbisogni e di offrire dei servizi in grado di dare una migliore risposta ad un numero sempre più alto di persone”.
Rispetto a questo nel Rapporto si affronta il tema dell’innovazione dei servizi promossa dai gestori del settore sociosanitario, concludendo che questi si stanno facendo promotori di alcune spinte di cambiamento anche se gli investimenti dedicati non sono ancora tali da renderli dirompenti. Sono anzi ancora troppo poco strutturati. In sintesi, è possibile però dire che sono in atto numerosi tentativi di cambiamento, sia lato pubblico che privato, ma ancora in cerca di una guida o di una rotta da seguire. Se per il futuro è auspicabile indirizzare il settore verso investimenti strutturali e di ricerca e sviluppo anche sul fronte della innovazione tecnologica, è importante – ragionano gli esperti – che le politiche pubbliche si orientino in questa direzione anche coinvolgendo i gestori dei servizi e ascoltando la voce delle famiglie.

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