Macché clima: il vero nemico dei fan di Greta é il sovranismo

Il messaggio dell’attivista svedese piace alla sinistra radicale. Ma anche ai liberal che vogliono fare affari con la green economy

Il messaggio della più importante influencer climatica lo conosciamo tutti immagino: se non ci sarà una netta svolta economica, una riconversione totale del modello produttivo, entro 10 anni si innescheranno cambiamenti climatici così sconvolgenti da minacciare l’estinzione dell’umanità. Un messaggio radicale, chiaro, inequivocabile. L’appello a rivedere i fondamenti del nostro vivere più diffuso dopo il celebre discorso “I have a dream” di Martin Luther King, ha scritto qualche suo entusiasta ammiratore.

Fin qui sembrerebbe che il radicalismo di Greta e del movimento “Fridays For The Future” di cui lei è l’icona possano trovare appoggi solo fra le frange più radicali dell’elettorato occidentale. E invece, nel mondo dell’industria e della finanza, nonché nei partiti liberal di sinistra, l’appello della Thunberg trova orecchie molto interessate. Vediamo dunque chi e perché si sta accodando a Greta, ricordando l’ovvio: tutti questi soggetti hanno idee e interessi economici diversi e a volte conflittuali fra loro. Greta piace molto all’industria dell’auto: in crisi irreversibile a causa della saturazione del mercato, ha bisogno di incentivi e leggi che spingano i consumatori a comprare nuovi veicoli, e cosa meglio di una nuova stretta ecologica sull’inquinamento?

La guerra per le tecnologie sui motori ibridi è iniziata da qualche mese, segno che eco incentivi e nuove leggi sono alle porte. I grandi fondi finanziari sono reduci dalla bolla delle criptovalute e delle start up hi-tech, che a fronte d’ingentissimi investimenti hanno dimostrato di non produrre rendite adeguate; dopo l’orgia del virtuale, un ritorno al reale, agli investimenti sulla produzione e il territorio, era nell’aria nel mondo dei golden boys. Il richiamo ecologista di Greta per questo ramo dell’economia significa trovare una giustificazione etico-politica per riorientare il flusso degli investimenti, e rifarsi un’immagine d’affidabilità e impegno sociale dopo la crisi di credibilità post 2008. A questo si devono aggiungere i colossi dell’hi-tech USA (Amazon, Google, Apple) che hanno recentemente pubblicato report sull’inquinamento legato alla loro attività economica: il messaggio, neanche troppo velato, è ottenere incentivi e sgravi fiscali per modernizzare il loro sistema produttivo, richiesta condivisibile anche da gran parte dell’industria vecchio stampo, in crisi perenne di sovrapproduzione e bisognosa d’iniezioni di capitale, che spera di ottenere dagli stati nazionali.

Fin qui abbiamo trattato degli interessi economici, passiamo ora a quelli politici. L’entusiasmo generato dal messaggio di Greta nella sinistra liberal e radicale è palpabile, per motivi simili. Dopo la stagione delle lotte sui diritti civili (matrimonio omosessuale, GPA, ecc) che ha portato come reazione l’avanzata dei populismi giunti al potere in UK, USA e Italia e a un forte calo di consensi dei partiti di centro sinistra nel resto dell’Occidente, è fondamentale spostare lo scontro politico su un altro terreno. Cosa meglio dell’ecologia? Problema trasversale a tutte le classi sociali, capace di unire elettorati politicamente distanti fra loro, l’ecologismo permette a partiti e movimenti che fino a ieri si erano occupati di diritti astratti di tornare a far campagna elettorale su temi concreti, a parlare di territorio ed economia, sperando in questo modo di recuperare l’elettorato passato in massa al sovranismo. Ovviamente il messaggio di Greta verrà declinato in maniera diversa dal centro-sinistra e dalla sinistra extraparlamentare: il primo ne farà una pezza d’appoggio per la green economy e il finanziamento statale alle industrie, la seconda ne evidenzierà la portata anti-capitalista.

Ma in fondo poco importa: ciò che conta è la comune necessità di erodere consensi a partiti di destra in forte ascesa. A nessuno sarà sfuggito come Greta sia stata chiamata a tenere discorsi davanti al Papa, all’europarlamento, all’ONU, a Davos, ecc cioè ai grandi consessi internazionali. Dopo il depotenziamento degli organismi internazionali promosso da Trump, e la crisi sulla legittimità politica dell’Ue generata dall’ascesa dei sovranismi, l’ecologismo di Greta riporta al centro del discorso pubblico il bisogno di cooperazione e controllo internazionale, fornendo così un nuovo ruolo e una nuova legittimità ad organismi in crisi di popolarità e di funzioni. Mettendo in fila tali e tanti interessi, una cosa è certa: il messaggio di Greta Thunberg e dei “Fridays For Future” non è una semplice moda, ma il nuovo asse tematico su cui si costruirà la politica e l’economia nel prossimo futuro. L’Apocalisse ci chiama, sta a noi vedere come risponderemo.

(Ph. Imagoeconomica)