Ricerca: con obesità cuore e cervello più sensibili a stress psicosociale

Pisa, 26 set. (AdnKronos Salute) – Cuore e ippocampo, una piccola regione del cervello, sono in stretta relazione e vengono danneggiati nelle persone obese esposte per lungo tempo allo stress psicosociale: un fattore di rischio ambientale tipico della società occidentale, che li priva dell’azione protettiva del fattore neurotrofico cerebrale Bdnf (da Brain-derived neurotrophic factor).
A mettere in relazione per la prima volta l’effetto sinergico dell’obesità (come quella indotta da una dieta ricca di grassi saturi) e del subentrante stress psicosociale (come quello correlato al lavoro, alla discriminazione sociale o alla violenza) con la disfunzione dell’asse cuore-cervello da carenza di Bdnf è uno studio multidisciplinare internazionale condotto dall’Unità di Medicina critica traslazionale (Trancrilab) dell’Istituto di Scienze della vita della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, coordinata da Vincenzo Lionetti, in collaborazione con gruppi di ricercatori dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa, della Divisione di Cardiologia della Johns Hopkins University di Baltimora (Usa) e del Dipartimento di Medicina dell’Università di Udine, guidati rispettivamente da Matteo Caleo, Nazareno Paolocci e Antonio Paolo Beltrami. I risultati del lavoro, recentemente pubblicato su ‘EBioMedicine’ (rivista open access di ‘The Lancet’), sono parte del progetto di ricerca svolto da Jacopo Agrimi, PdD in Medicina traslazionale alla Scuola Sant’Anna, oggi postdottorando alla Johns Hopkins.
L’uso di un approccio metodologico multimodale ha rivelato che solo i topi obesi dopo uno stress cronico presentano una maggiore riduzione della funzione cardiaca, sistolica e diastolica, sebbene la densità capillare miocardica non si riduca, e una grave disfunzione ippocampale, caratterizzata da un deterioramento del tono dell’umore e della memoria spaziale. E’ interessante osservare – spiegano gli autori – come sia il cuore sia l’ippocampo dello stesso soggetto rispondano allo stesso modo a un crescente stress ossidativo, ovvero con una progressiva perdita di cellule, rese ormai fragili dalla ridotta espressione di Bdnf e TrkB, il suo specifico recettore, la cui assenza favorisce livelli tissutali più alti di radicali liberi dell’ossigeno.
“Nell’anno in cui l’Organizzazione mondiale della sanità riconosce il burnout causato dallo stress cronico sul lavoro (un esempio di diffusa condizione di stress psicosociale) come una diagnosi medica ufficiale, il nostro studio aiuta a fare chiarezza sui meccanismi – commenta Lionetti – Si tratta di risultati di grande rilievo, a cui hanno contribuito cardioscienziati e neuroscienziati, di Pisa come di altri prestigiosi laboratori di ricerca di fama internazionale, perché hanno anche permesso di caratterizzare un modello sperimentale di disfunzione dell’asse cuore-cervello che presenta dei tratti clinici e biochimici sovrapponibili a quelli identificati nell’uomo. Pertanto, il nostro modello potrà essere d’aiuto per lo sviluppo di nuove strategie di protezione multiorgano dedicate a chi è potenzialmente sano, sebbene ad alto rischio, ma anche al paziente critico”.
“Altri studi di neurocardiologia in corso presso la nostra unità di ricerca, finanziati dalla Fondazione Pisa (Etherna) e dalla Commissione europea (NeuHeart) – aggiunge il coordinatore del nuovo lavoro – ci stanno aiutando a rivelare, un passo alla volta, il funzionamento complesso dell’asse cuore-cervello collaborando con i neuroscienziati della Scuola Normale Superiore, coordinati da Antonino Cattaneo, o con il gruppo di neurobioingegneri del Sant’Anna, coordinati da Silvestro Micera”.

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