«Lavoriamo ma restiamo poveri: colpa delle tasse»

Zabeo, direttore Ufficio Studi della Cgia di Mestre: «da 20 anni crescita media a zero. Il nostro piano per il governo: taglio fiscale per pensionati e redditi bassi»

Meglio cominciare dalla fine, per tirarsi su di morale. «Il mio tasso di ottimismo per quest’Italia malandata? Da 1 a 10, dico 6. Siccome abbiamo toccato il fondo, possiamo solo risalire». Quello di Paolo Zabeo (in foto) coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, è un ottimismo che nasce da un pessimismo lungo anni, un periodo in cui drammaticamente pessimismo e realismo hanno coinciso. Lui e i suoi hanno appena pubblicato un report che sembra simile a tanti altri della Cgia, analisi pura su dati e cifre, questa volta appena ripresa dai media che di solito ”bevono” le ricerche dei mestrini basate sull’incontrovertibilità dei numeri. Stavolta però lo sguardo vola alto, su vent’anni di congiuntura economica italiana, e il ritratto non è Michelangelo o Raffaello, questo è un Belpaese dipinto da Lucian Freud, macilento e in disfacimento progressivo.

Crescita zero

Potrà anche illuminarvi il sorriso di una bella ragazza incrociata per strada, se il sorriso c’è, ma quattro giorni la settimana i supermercati sono vuoti e sei giorni la settimana le mense di carità piene. La freddezza algebrica e la Cgia dicono: da vent’anni la crescita media annua in Italia è pari a zero, per via della crisi del 2008. E giù dati come martellate nei chiodi di un crocefisso, che messi assieme dipingono una nazione boccheggiante, asfittica e frustrata da se stessa nella sua voglia d’aria. Siamo cresciuti dello 0,2 per cento l’anno, precipitati per la crisi 2007, e incapaci di risollevarci. Soli assieme alla Grecia, non abbiamo recuperato la situazione ante Lehmann Brothers, ci mancano da allora 4,2 punti di Pil, 20 punti di investimenti, 6 punti di reddito disponibile per le famiglie, 1,4 punti di consumi. Ingessati: e le fratture si saranno aggiustate, sotto il gesso? Mah.

Lavorare e restare poveri

Mentre nelle orecchie ristagna l’eco delle previsioni dei vari governi («Il Pil aumenterà dell’1,2, forse un po’ meno». «Non è zero, è 0,2!») le statistiche parlano chiaro: da dodici anni a questa parte sono sì aumentati gli occupati (+1,6%), oggi 23 milioni di italiani lavorano, ma contemporaneamente è diminuito il monte-ore del lavoro e soprattutto la disoccupazione è aumentata dell’81 per cento: eravamo al 6, oggi siano al 10 per cento. Sembra contraddittorio ma non lo è: sono incrementati i lavori a tempo limitato, la precarietà, è variabile la platea di chi cerca un’occupazione. Sabbie mobili, e c’è un cambio di consonante: il lavoro mobilita l’uomo. Lo fa restare povero anche se ha un’occupazione, e così non consuma. Dice Zabeo: «Da anni stiamo creando cattivi lavori».

Bene solo l’export

L’unico colpo di reni è quello dell’esportazione, con un + 17,5 per cento, ma anche questo dato va letto: è frutto della produttività del Centro-Nord, mentre il Sud sprofonda. Zabeo si limita a constatare: «Negli ultini 20 anni il Nord è cresciuto del 7,5 per cento, mentre il Sud è crollato di sei punti percentuali. In termini di Pil, mentre la crescita nazionale era bloccata allo 0,2, il Nord era allo 0,4, il doppio. Anche il Centro è riuscito a reagire meglio alla crisi: il suo trend di crescita era superiore a quello del Nord già tra il 2000 e il 2007 ed è rimasto più alto fino al 2014. Dal 2015 è stato il Nord a ripartire». Ripartire, ma in un Pese fermo.

Troppe tasse

Ci sono ricette realizzabili? «Meno tasse!». Zabeo adopera tutto il fiato razionale che ha per dirlo in tutti i modi: «Occorre uno choc fiscale. Bisogna ridurre il carico di almeno 5 punti in tre anni. Si dovrebbe tagliare il cuneo fiscale, eliminare l’Irap per le piccole imprese, ridurre gli acconti Irpef, Irap, Inps. Ma non è solo questo, non guardiamo solo ai ”nostri” artigiani. E’ fondamentale ridurre le tasse ai pensionati e sui redditi meno alti. Un taglio secco, che la gente se ne accorga. Ai tempi degli 80 euro, un po’ l’ha fatto Renzi, ma non se ne è accorto nessuno da quanto si era vessati da altre imposte. Oggi occorre un salto deciso, più soldi in tasca alle famiglie, solo così può ripartire la domanda. La domanda non è solo la spesa al mercato, è acquistare una macchina, e andare dal meccanico, chiamare un artigiano, rientrare nell’economia».

Troppa burocrazia

Insomma, l’accensione del motore. Poi ci vuole la benzina (o l’elettricità). Zabeo: «E quella sono gli investimenti. Dal 2007 abbiamo perso 40 miliardi di investimenti. Gli stranieri non vengono più, per i noti problemi: burocrazia, giustizia lentissima, lo Stato che non paga. I nostri sono eroici, a continuare. Lo Stato deve mettere in cantiere infrastrutture materiali e immateriali, con il ”Golden rule” si possono scorporare dal computo del deficit su cui fa la guardia l’Europa. E il credito deve tornare ad essere fluido: dal 2011 ad oggi gli impieghi alle imprese sono diminuiti del 27 per cento. Bce deve erogare finanziamenti alle banche con vincolo di destinazione alle micro e piccole imprese». Meno tasse, più infrastrutture, e ci sono i vincoli di bilancio e al deficit. Dove prendere questi soldi? «La risposta è una sola: ridurre la spesa pubblica». Vabbe’, lo dicono tutti, e non si riesce a farlo. Cottarelli e la sua spending review sono stati mandati a casa. Zabeo ragiona: «Questa è una decisione economica, ma soprattutto politica. Tutti sappiamo che c’entra il consenso, gli interessi incrociati eccetera. Ma è l’unica strada, e si può. La burocrazia deve costare meno e non autoalimentarsi. Le amministrazioni devono essere virtuose, gli sprechi ridotti.

Fiducia nella politica

C’è anche l’evasione fiscale, naturalmente. Ma guardiamoci in faccia: se l’evasione fiscale è sui 120 miliardi, gli sprechi contano per 150 miliardi. Da qualche parte bisogna cominciare». Allora meglio i tecnici nei ministeri chiave? Zabeo: «No, abbiamo bisogno della politica. Dopo dieci anni alle Finanze c’è di nuovo un politico, e va bene. Noi, come tutti i sindacati e le organizzazioni di categoria, non facciamo più riferimento ai partiti, ma alla politica sì. Deve dare una risposta intelligente e forte. Non possiamo restare indietro: dal 2000 tutta l’area euro è cresciuta del 30%, 7 volte più che l’Italia. Noi della Cgia proponiamo una cura choc, e dentro ci sono anche elementi di autonomia delle regioni. Cosa stiamo aspettando?».

(Ph. Imagoeconomica)