I “misteri” irrisolti della Banca Popolare di Vicenza

Dai primi anni 2000 i dubbi sulla presidenza di Zonin si sono accumulati senza esito. Fino al crac. E chi già allora aveva capito, non è stato ancora sentito

Le domande che arrovellano gli ex soci della Banca Popolare di Vicenza e l’opinione pubblica sono sempre le stesse, e sono due: come si è potuti arrivare al crac e chi ne sono gli artefici? Alla prima credo si possa rispondere che se la Banca d’Italia avesse agito con la determinazione con cui si è mossa successivamente la Bce, l’istituto non sarebbe andato gambe all’aria. A questo proposito, da alcune affermazioni uscite da testimoni al processo in corso, emerge che se le ispezioni di Bankitalia avessero segnalato a chi di dovere le loro risultanze, sarebbe stato possibile arrestare la deriva zoniniana. Per quanto riguarda la seconda, dovremo necessariamente aspettare l’esito processuale, anche se naturalmente è lecito già oggi avere un’idea delle responsabilità. La dichiarata ignoranza da parte dell’ex presidente Gianni Zonin di quanto fatto dal direttore generale e dai vice si scontra con dei fatti precisi. Eccone alcuni, risalendo all’indietro nel tempo.

Il direttore generale Giuseppe Grassano, subito dopo essere stato grandemente lodato da Zonin davanti al consiglio e mi pare addirittura davanti all’assemblea, fu licenziato a fine dell’anno 2000, praticamente su due piedi, dopo aver redatto un documento rivolto a presidente, cda e collegio sindacale nel quale criticava varie decisioni prese dal primo in perfetta solitudine. Ha pensato la Procura a leggere tale documento e, magari, sentire il suo firmatario? Aggiungo che in un numero del Sole 24 Ore del 18 gennaio 2001, Grassano afferma che la crescita dimensionale, tramite acquisizione di sportelli (500 era l’obiettivo di Zonin) era «autolesionista» e si chiedeva «come si possa pensare di aumentare del 30% la rete delle filiali senza pregiudicare le performance di un’azienda che nel 2001 si confronterà con un ammontare di avviamenti da ammortizzare vicino ai 1000 miliardi di lire». C’é pure l’ex vicepresidente Gianfranco Rigon, l’unica voce del consiglio che stigmatizzava e criticava i comportamenti di Zonin nel silenzio assoluto dei colleghi, che avrebbe potuto spiegare tante cose utili all’accusa ed anche alla Corte. Mai sentito neppure lui. Ci sono poi tutte le interviste di Zonin nelle quali il nostro magnificava il suo istituto, così ben in salute da essere concupito come una bella ragazza. Tutte affermazioni che aiutavano i collocamenti di prestiti, che tanti lutti avrebbero addotto ai vicentini.

Restano tuttavia almeno due misteri difficili da interpretare. E’ mai possibile che una testimonianza fondamentale per il processo, come quella dell’ex direttore generale Samuele Sorato, sia continuamente rimandata causa problemi di malattia del soggetto? Ricordo che al primo certificato medico era seguita una visita fiscale il cui risultato riferiva che la persona poteva presenziare alle udienze. Era stato pure fissato un termine che non venne rispettato. Altro certificato medico e, sembra, altra perizia d’ufficio. Con tutto il dovuto rispetto per una persona che sta male, se l’imputato non può presenziare, non ci sono altre possibilità ragionevoli per sentire le sue risposte? Ed è normale che consiglieri, sindaci e altre cariche importanti non vengano sentiti sulla disatrosa gestione della banca e sui loro ruoli apicali esaminati con cura?

Dalla rilettura di giornali nazionali ed economici del passato emerge lo spasmodico desiderio di Zonin di gonfiare la banca-rana di sportelli e acquisizioni che avrebbero dovuto farla diventare un istituto di rilevanza nazionale. Credo si possa supporre che la Popolare fosse un veicolo per dar rilievo alla sua persona in ambito, appunto, nazionale. In un articolo del 2007 del Corriere della Sera si riferisce di una ispezione generale di Bankitalia in corso e di una in particolare per il settore Finanza del 2006. Allora vennero rilevate carenze nell’organizzazione e nei controlli interni con conseguenti multe ai consiglieri. Ci si chiede come una banca passata da 100 a 600 portelli in pochi anni potesse sopravvivere senza adeguata organizzazione e controlli interni. Il tutto, come detto sopra, con 7 direttori generali diversi in dieci anni e 8 direttori finanziari in undici anni. Risulterebbe che tutti siano stati dimissionati con congrue liquidazioni e che tale generosità sia stata, forse, un bonus-silenzio. Se queste posizioni erano importanti e al di sopra di loro c’erano solo il presidente e il consiglio, allora la decisione di allontanarli doveva essere ben nota a questi organi. Si può ipotizzare che il Sorato, con il suo curriculum di provenienza piuttosto modesto, con il rapido accesso alla vetta della Popolare e con la lunga durata del suo mandato, abbia potuto mantenere l’incarico per avere sempre aderito con diligenza ai desideri del “sovrano”. Non sarebbe stata cattiva idea da parte della Procura o della Corte sentire, da parte dei tanti ex direttori, le motivazioni per le quali sono stati sollevati dall’incarico.

A conferma di tutti gli input di cui sopra, c’è la recentissima testimonianza del capo degli ispettori della Bce, Emanuele Gatti, che ai giudici ha raccontato della sua ispezione in Popolare nel 2015. Focalizziamo due punti importanti. Per i fondi lussemburghesi i dirigenti avevavo autorizzazione a investire fino a 500 milioni. Autorizzazione che veniva dal cda. Dai controlli emerseche quasi tutto l’investimento era stato fatto in fondi esteri che facevano capo a personaggi che erano debitori della banca stessa. Si persero centinaia di milioni. Gatti, soprattutto, asserisce che presidente e cda in sostanza non erano all’altezza di guidare la banca (testuale: «Ritenevo ci fossero responsabilità gravissime del presidente e del cda nella gestione della banca. Perché non ritengo che un presidente e un cda che vedono evaporare un terzo del patrimonio fossero idonei a guidare un istituto così. Ma sui fondi dava davvero l’impressione di essere stato all’oscuro. Ha pensato che fossero stati usati per un interesse personale di Sorato e Piazzetta. La reportistica sui fondi esteri inviata al Cda era inidonea a far capire che cosa c’era dietro. Ma è anche vero che il cda non ha mai chiesto un’altra reportistica. Eppure il livello di trasparenza richiesto su altri portafogli era molto analitica: sui fondi, no. Sui fondi il dominus era Piazzetta. Invece credo che le baciate le intendesse fatte per il bene della banca, una sorta di peccato veniale. Non aveva sensazione delle dimensioni del fenomeno. Sorato invece mi disse che le baciate erano necessarie, ma che aveva sempre informato il presidente», Il Gazzettino, 26 settembre). Secondo Gatti, Zonin aveva un «presidio sui fatti aziendali molto forte», dunque faceva «fatica a credere che i dirigenti non lo informassero su quello che accadeva in banca». Ce n’è abbastanza per farci un’idea di cosa sia accaduto.

(ph: Facebook Noi che credevamo nella BpVi)