Profondo Veneto

L’incapacità di una regione ricca non solo economicamente di comunicare se stessa. Le contraddizioni di un’imprenditoria votata all’export ma culturalmente arretrata. E un futuro che sfugge di mano

Guardando i media nazionali l’Italia sembra composta da tre città: Milano, Roma, Napoli. Il resto sembra una succursale di queste metropoli, un buco nero in cui la gente campa avvolta in una tenebra d’inciviltà e ignoranza. Del nostro Veneto solo Venezia di tanto in tanto fa capolino nelle cronache nazionali, spesso come esempio negativo di città in stato di perenne crisi economica, invasa da turisti o troppo ricchi (i passeggeri delle navi da crociera) o troppo straccioni (i famigerati giornalieri che spendono meno di 70 euro a cranio).
In questo quadro desolante, il profondo Veneto non ha voce, e quindi non ha potere. Vive il paradosso di essere – insieme alla Lombardia – il traino economico dell’Italia, ma di non saper comunicare all’esterno i propri drammi, le proprie speranze, le contraddizioni esplosive che lo attraversano. Caduto il governo gialloverde, l’autonomia è definitivamente archiviata, a meno di non credere alle promesse del neo-ministro Boccia.
Ma cosa significava l’autonomia per i veneti? Significava la speranza di bottegai e artigiani di tornare a respirare dopo l’introduzione degli studi di settori e i controlli a tappeto della finanza, che hanno reso la veneticissima azienda/bottega a conduzione familiare una trappola senza futuro, dove l’obbiettivo massimo è sopravvivere fino al prossimo pagamento dell’Iva. Significava meno tasse sulla busta paga per i lavoratori, strangolati dal mutuo su case oramai invendibili (nemmeno le banche le accettano più come ipoteca) e un tenore di vita obbligatorio rimasto invariato dagli anni ’90, nonostante in mezzo ci siano tre decenni di sistematica erosione del potere d’acquisto dei salari. Significava un po’ più di welfare, perché il famoso volontariato veneto (primo in Italia per quantità di iscritti e di iniziative) è stato spremuto fino al midollo, utilizzato dallo Stato per sopperire al taglio di tutto, dai trasporti alla sanità.
Ma non si può ridurre tutto al rifiuto dell’autonomia. Ci sono problemi più profondi, che i veneti tengono per sé, nascondendoli dietro le imprecazioni contro lo Stato centrale e l’immigrazione: c’è il disorientamento dovuto all’essere stati per decenni terziaristi di potenze come la Francia e la Germania, che ora riducono i compensi per i semilavorati, o peggio spostano le loro richieste verso la Polonia e l’Ungheria. C’è l’incapacità di sfruttare come si dovrebbe il mercato russo e cinese, venduteci come nuove terre dell’oro, ma che vanno approcciati in maniera diversa da come abbiamo fatto con i tedeschi e i francesi. I nipoti dei nostri imprenditori pendolari fra Padova e Lione, Vicenza e Berlino ecc, con il loro italiano infiorettato di dialetto, il capannoncino del paesotto venduto come fabbrica ultramoderna, e la maestranza qualificata che altro non erano che ex contadini convertiti all’artigianato, non sembrano sapersi vendere ai cinesi come i loro nonni hanno fatto con i teutonici.
In mezzo c’è stata una generazione mandata a formarsi nei professionali e nei tecnici, sperando le competenze lì acquisite li avrebbero trasformati in imprenditori moderni, mentre al contrario spesso li ha portati lontano dall’azienda di famiglia, alla ricerca di posti di lavoro meno pesanti e più sicuri. Per non parlare del flagello della terza generazione di imprenditori veneti, i nipoti dei fondatori di aziende da strapaese poi divenute ditte internazionali (a volte persino multinazionali), che invece di modernizzare e rilanciare l’eredità dei nonni l’hanno spremuta fino all’osso, per poi venderla a cinesi, israeliani, tedeschi. Ex imprenditori che ora svendono le ville e i villini eretti dai padri, sperando di tirare a campare di rendita per un altro po’, tanto per loro non c’è alcun futuro.
Ma i mutamenti non riguardano solo imprenditori e artigiani/bottegai; anche la working class si trasforma, tentando di sopravvivere al calo dei salari, alla disoccupazione giovanile mai così alta (tenuta sotto i livelli da rivolta dalla quantità allucinante di shit job presenti, dai portapizze ai riders, passando per i contratti da commessa a 600 euro al mese), all’impossibilità di replicare l’emigrazione di massa dei nonni. Sempre più ragazzi tentano la lotteria del posto statale, fino a neanche 15 anni fa schifato come roba da “terroni”: carabinieri, militari, OSS, infermieri, educatori, bidelli. Il posto statale con i suoi contratti a tempo indeterminato, i 1300 sicuri al mese, da avanzo buono per meridionali – e per i nostrani spostati e sottoproletari delle periferie – è diventato un sogno di stabilità per i figli della classe lavoratrice, falciata da licenziamenti e chiusura in massa delle attività produttive.
Sì, perché il Veneto si è rapidamente trasformato da luogo in cui si produce ricchezza, a luogo dove la stessa transita per essere consumata a ritmi vertiginosi: i camion che solcano Mestre, la Zip di Padova, Vicenza eccetera trasportano merci cinesi, tedesche, est europee. I capannoni eliminano i macchinari e diventano immensi buchi neri di stoccaggio merci, gli operai qualificati vengono sostituiti da magazzinieri e corrieri dequalificati (spesso extracomunitari), persino i centri commerciali – che prima fiorivano come funghi – sono in crisi, perché per consumare al ritmo richiestoci abbiamo tagliato le compere nei negozi, per acquistare a basso prezzo direttamente dagli outlet e dal web.
Quale futuro? Sopravvivere dicono i più. Chi aveva sperato la rivincita col governo gialloverde è ancora più pessimista: il nuovo esecutivo insieme ai toscani ha falciato la rappresentanza veneta. L’unica via realistica sembra tirare la cinghia e sperare non ci sia una nuova crisi, perché lo stoicismo del “taci e lavora” ci aiuta a rimanere lucidi mentre affrontiamo l’agonia, ma è totalmente inutile se dovesse sopraggiungere il coma.
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