Joker, il male che gli uomini fanno

Un film splendidamente pessimista che traballa proprio nelle sue fondamenta. Cioè la trasposizione dei fumetti di Batman

Joker” di Todd Phillips potrebbe essere visto come un film anticapitalista, ma in realtà da questo punto di vista si rivela essere molo carente. È una critica al sistema che si perde per strada. Il capitalismo crea mostri, ma non è un’entità esterna che si può combattere, e non è nemmeno un comportamento che si può cambiare, non possiamo dargli un volto umano, non solo perché è troppo tardi ma soprattutto perché la natura umana è fondamentalmente malvagia. È su questo cinismo che Phillips, che ha anche scritto la sceneggiatura assieme a Scott Silver, avrebbe dovuto insistere, lasciando perdere l’idea di estrapolare messaggi politici e sociali dai fumetti. Joaquin Phoenix si conferma un attore pazzesco e ci regala un’interpretazione che resterà negli annali, ma la morale del film, cioè che dovremmo tutti smetterla di essere così stronzi, si perde nel personaggio di Joker. La vittima diventa carnefice e passa dalla parte del torto. Vediamo la nascita di uno psicopatico. E speriamo di non trovarcene mai di fronte uno. Dimenticandoci cosa lo ha fatto diventare così. Cioè la nostra cattiveria gratuita. E così continuiamo a perpetrarla.

“Joker” ci dice che prendersela con gli umili, con i mansueti, disprezzare le persone ritenute fuori posto, fuori contesto, inadeguate al lavoro moderno, alla società, praticamente non adatte allo stare al mondo, è tipico del genere umano, il quale può arrivare ad odiare il “diverso”, anche se onesto, più di un criminale mafioso, basta che quest’ultimo sia simpatico, socievole, integrato. Preoccuparsi e prendersi cura della madre anziana invece che rinchiuderla in un ospizio è da sfigati. Il male che la gente fa ad altra gente si vede ogni giorno e a qualsiasi livello. Non importa che si tratti di una grande multinazionale o della pizzeria sotto casa, prendersela con i più deboli è una costante. Così come guardare solo alla superficie, non alla sostanza. Essere una persona, un essere umano, non ti basta per essere rispettato. Fare bene il tuo lavoro non ti basta per essere considerato. Essere gentile, disponibile e rispettare le regole non ti basta per essere apprezzato. Il sogno americano, il liberismo che porta benessere a tutti, è un’illusione.

E allora tanto vale essere sfacciati, disonesti, aggressivi, violenti. In una parola, conviene di più essere cattivi. Ma per Arthur Fleck reagire alla meschinità della società e ai pugni in faccia della vita non significa diventare un furbetto che appena può fotte gli altri. No, fa le cose in grande e diventa un criminale. Così alla fine il messaggio è molto più debole rispetto a quello di “Taxi Driver“, un film che per certi versi assomiglia molto a “Joker” e al quale lo stesso Phillips (che infatti lo cita in alcune scene) ha detto di essersi ispirato. Lì il sistema arriva a celebrare il protagonista Travis Bickle come un eroe: non elimina il male, ma lo sfrutta. Qui invece tutto si riduce alla banale logica buoni contro cattivi e nel finale viene addirittura proposta una scena trita e ritrita che fa cascare le braccia: un “ribelle” che ruba un televisore. Ma la rivoluzione mica può essere solo una questione d’invidia. E l’anarchia, perdio, è una cosa molto più seria di “andiamo a fare casino”. Se Phillips si fosse staccato del tutto dai fumetti, che ovviamente hanno un forte richiamo commerciale, anche il contenuto politico sarebbe stato meno approssimativo. E il film ne avrebbe giovato, camminando con le proprie gambe invece di appoggiarsi sulle stampelle di Batman. E dell’interpretazione da Oscar di Phoenix.

(In foto: screenshot dal trailer italiano, ph. Warner Bros)