Cari drogati di politica, smettere si può

Essere politici è un servizio. E quando non c’è richiesta, non si fa. Altrimenti è immorale

Recentemente ho conosciuto Nicoletta, un’esperta di coaching. Tra le varie attività di cui si occupa, si prende cura degli atleti professionisti che vogliono smettere l’attività agonistica e inserirsi positivamente in altre occupazioni. Il passaggio è difficile per molti dal punto di vista psicologico: senza sport, anche senza essere stati campioni, non si sentono più nessuno. Ed è difficile anche per la mancanza di competenze lavorative: non sanno fare null’altro.
Non so se Nicoletta vorrà farsene carico – poiché spesso si tratta di casi davvero disperati – ma molti politici potrebbero servirsi di un aiuto professionale simile quando vanno in crisi di astinenza da potere e identità e insistono nel volere restare in politica a tutti i costi.

I partiti qualche volta aiutano i drogati della politica dal punto di vista materiale avendo predisposto alcuni “cimiteri per dinosauri ed elefantini” nelle segreterie di Roma dove si dà loro uno stipendio e l’impressione di servire ancora. Lo fanno un po’ per umana pietà e in altra parte perché così non disturbano e la smettono di tramare per ritornare. I pezzi più ingombranti li mandano in Europa perché lì sono innocui non conoscendo nulla al di fuori del loro orticello e, quasi sempre, nemmeno le lingue.

Ma non sempre l’operazione riesce e qualcuno fugge da queste comunità di recupero creando danni. Poiché alcuni ancora non si rendono conto di essere “guerrieri che del colpo non accorti che vanno combattendo e sono morti”, varrebbe la pena che i partiti offrano loro anche assistenza psicologica professionale. I contribuenti sarebbero ben felici di pagare per questo servizio: per il bene dei politici obsoleti e della cittadinanza tutta! Quando proponi loro di liberarsi dalla dipendenza spesso ti rispondono: “Ma io la politica la faccio per passione, ce l’ho nel sangue”! Questa è una delle più frequenti auto giustificazioni per la loro ossessione. È una frase irritante.

Ci possiamo fidare di qualcuno che dice che fa politica per “passione”? Direi proprio di No. Si può fare un hobby per passione: giocare a scacchi può dare soddisfazioni e può diventare una dipendenza da cui non riesci a liberarti, ma non coinvolgi il prossimo e tanto meno la società. Pensare che la politica possa essere qualcosa che si fa per gioco o per soddisfare un proprio bisogno passionale è ovviamente immorale.

È persino più onesto dichiarare che si ha passione per il potere e perseguirlo a ogni costo. Almeno è più sincero. In politica la passione per il potere è normale e nel corso dei secoli ha coinvolto molte persone che se sono fatte travolgere o hanno provocato danni. Se si tratta di una passione innocua, un gioco o un passatempo per pensionati, e infine qualcosa da cui non ci si può staccare, diventa una disprezzabile attività di infimo rango.

Non si fa politica per se stessi o per divertirsi. Tanto meno perché diventa un lavoro da cui ottenere un reddito. L’impegno politico nobile nasce dal desiderio sincero di dedicarsi al bene della società e del prossimo. È un fardello pesante di responsabilità di cui si fanno carico coloro che pensano di dovere qualcosa alla società in cambio di quel che hanno ricevuto. Si dovrebbe essere chiamati all’impegno più ancora che proporsi. Non è obbligatorio essere così disponibili e puri, ma se ci si sente responsabili si accetta di dedicarsi alle cose pubbliche. Ovviamente, questo atteggiamento non esclude qualche piacere e soddisfazione, talora legittime ambizioni e persino una componente ludica nelle competizioni elettorali. Ma la politica è prima di tutto servizio e lo fai se te lo chiedono, altrimenti è bene farsi una vita.

(In foto una scena del telefilm Breaking Bad, Ph. AMC)