Parla il Poiana: «Sono il demone del Veneto (che amo)»

Intervista ad Andrea Pennacchi, l’attore e autore padovano che sul web e in tv spopola (e divide) con una maschera molto locale, ma anche molto «universale». E protesta: «il teatro si apra ai giovani o morirà»

Per il pubblico televisivo di Propaganda Live su La7 è “Il Poiana”, omaccione pencolante che brutalizza l’uditorio con una parlata veneta di stretta origine controllata. Per la marea dei naviganti su internet e utenti di Youtube, è il personaggio altrettanto straveneto del monologo “This is racism – Ciao terroni”, critica divertentissima e feroce (e discutibile) dell’evoluzione della specie “capro espiatorio”, dall’immigrato meridionale all’immigrato straniero, in terra leghista. Per gli amanti del teatro – che sono più di quel che sembrano – è il padovano che viene dal Teatro Popolare di Ricerca, che ha studiato su Shakespeare e Pirandello, che ha fatto tante cose da attore e autore (una su tutte, la Trilogia della guerra), affacciandosi anche al cinema (per il regista Soldini) e in televisione o su Netflix (Suburra). O che si era candidato sindaco per facezia issando il simbolo del cinghiale totemico, animale della saggezza boschiva. In arte e nella vita, lui è Andrea Pennacchi. Un folletto gigante dalla risata ciclica, che quando mette il faccione serio mostra il suo lato più riflessivo. Demonico, come vedremo.

«Ciclico è lo sfogo che mi viene contro i teatri che non ti danno la libertà di proporre altro rispetto alla solita roba». Si sente il rumore delle sacre sfere che girano vorticosamente. Pennacchi spiega: «c’è un pubblico potenziale, fatto di giovani, compresi anche i giovani figli di immigrati, e invece i teatri oggi sono indirizzati verso italiani di una certa età edi un certo censo. E questo, per la legge dell’anagrafe, porta lentamente alla morte. Mentre i ragazzi, anche e forse proprio perchè sempre attaccati a ‘sto telefonino, hanno voglia di bei spettacoli, quando li vedono i tosi son contenti. Del resto, anche la scuola rispecchia il mondo di oggi, e non di domani, come invece in genere dicono». Una requisitoria ad alzo zero. «Ma guarda che ho visto ragazzi, anche cinesi e senegalesi, in lacrime dopo aver visto uno spettacolo che ho fatto in una scuola sulla Prima Guerra Mondiale». Ci crediamo. Ma allora – fatidica domanda – che fare? «Dar la possibilità di sperimentare, non ripetere sempre lo stesso menu, i testi tradizionali, o più o meno commerciali. Sia chiaro: niente contro, con Natalino Balasso abbiamo dovuto riempire il Teatro Geox qui a Padova (ride, ndr). Ma aprire a esperienze nuove e a un pubblico nuovo, che c’è ma viene ignorato, quello sì». Chè poi il solito significa in realtà dittatura del nuovo, ma del nuovo insulso: «non puoi fare repertorio, cioè non puoi ripetere spettacoli in anni consecutivi, devi sempre portare qualcosa di nuovo, ma che vada bene allo stesso pubblico». Detto altrimenti: l’assassinio della creatività. «Direi il trionfo del vecchio, perchè molto è focalizzato sugli abbonamenti, e quindi l’offerta è sempre diversa, ma in realtà è sempre quella». E la ricerca? Sì, ciao. «Ora c’è il teatro amatoriale di ricerca». Bello? Macchè. «Significa che invece di farti il mazzo come si fa nel vero teatro di ricerca, lo fai tre volte alla settimana, sul tema del giorno, scegliendo la via più facile… Alla fine, i tagli al Fondo Unico dello Spettacolo non vengono del tutto per nuocere: costringono a cercare altre strade, e una bellissima è il teatro in casa: giardini o edifici antichi individuati dai Comune che con piccolo finanziamenti permettono alle compagnie di esibirsi di fronte a piccoli numeri di persone, un vero e proprio ritorno alle origini. O c’è Arteven, una delle più interessanti esperienze per i ragazzi nelle scuole, grazie a un po’ di fondi europei che arrivano tramite la Regione». Ex malo bonum, direbbe il secchione di turno. «Diffondendo così capillarmente il teatro ti accorgi di quanta domanda c’è, che purtroppo non viene soddisfatta».

A non soddisfare per niente i cerebri destituiti di ogni ironia è stato invece l’impatto del Poiana, che dalle teste quadre è stato scambiato per un vero bifolco cinico e di bassi istinti, un mostro della porta accanto. Pennacchi si fa serissimo: «non è satira, viene da molto prima della satira: è una maschera, un demone. Il Poaiana in realtà non esiste. Ma è mio dovere di artista far vedere il demone. Io sono di un paganesimo tardo-antico, del resto». E giù una risata. D’accordo, è uno stereotipo. Ma non rischia di ripetere per l’ennesima volta qualcosa di già visto, il veneto ignorante e attaccato alla roba che c’è, ma poi magari fa insospettabilmente volontariato e non farebbe male a una mosca? «Io in realtà con questo personaggio non parlo solo di certi veneti, ma di tutti. Lo faccio calcando sulla terrosità veneta, ma tento di dire qualcosa di universale. Ma la schizofrenia che dici c’è eccome: lo stesso che dice delle cose irriferibili contro lo straniero, poi compra dal bangla e adora la badante di sua madre. Non chiedermi perchè però, non sono un sociologo». Epperò, resta il pericolo del clichè… «Ci uscirò, farò sentire anche altre voci. Io amo il Veneto visceralmente, ma proprio per questo amore non posso non vedere certi orrori. Proprio perchè tengo alle radici, al ricordo dei miei genitori». Con orrore per caso s’intende l’odio, questo benedetto odio diventato un ossessione, per cui ora è vietato odiare, o meglio si squalificano e delegittimano le opinioni che non si condividono perchè esprimerebbero odio, mentre ovviamente le proprie sarebbero frutto di amore innocente, casto e puro per l’umanità? «Io credo che ci sia paura. Che è anche un fatto buono, naturale, ma è diretta male. Si sbagliano completamente i termini del problema. L’immigrazione è un movimento che origina da problemi epocali, non ultimo il clima, e noi siamo terrorizzati dai sintomi». Naturale, appunto. «Sì ma è una paura amplificata. Come quella di una signora che mi ha detto che aveva paura degli spacciatori, e non erano nel suo quartiere, ma in un altro». Bastiancontrarizzo: è legittimo e comprensibile che ci si ribelli a fenomeni subiti nell’impotenza di fronte a forze che non si sa neppure che faccia abbiano, come “i mercati” o “la globalizzazione”. «Mi viene in mente uno dei miei autori preferiti, Jünger: il ritorno dei Titani. Queste forze anonime di cui siamo in balia… Come quando senti “persi 8 miliardi”: e dove son finiti? Bah, io sento un greco antico, fatalista». Tragico e comico insieme. Ciao, Pennacchi.