Arena di Verona, la “narrazione” che stravolge la realtà

Operazioni di maquillage promozionale e autocelebrativo cercano di nascondere i buchi nei numeri e nelle idee. Nell’assordante silenzio dei “separati in casa” Gasdia e De Cesaris

Nello scorso fine settimana, il teatro Filarmonico di Verona (in foto) ha riaperto i battenti all’attività musicale della Fondazione Arena. In ottobre e novembre non accadeva da tre anni, per effetto del piano anti-crisi che dal 2016 all’anno scorso ha bloccato ogni attività in questi due mesi, sospendendo dal lavoro (e dallo stipendio) tutti i dipendenti. Non è stata una grande ripartenza, nonostante la proposta fosse culturalmente e musicalmente rilevante (la poco frequente ma importante Missa pro defunctis di Domenico Cimarosa): secondo un testimone attendibile, venerdì 11 ottobre il pubblico non raggiungeva le 100 persone, il giorno dopo non superava di molto questa cifra. Come si dice nel gergo teatrale, un “forno”.

Sempre in questa prima metà di ottobre si sono svolte le prove di concorso per due posti nell’orchestra dell’Arena (violino di fila e “concertino”) e uno nel coro (voce di baritono). Sono iniziative che in genere richiamano l’attenzione di molte decine di musicisti, ma in questo caso – riferiscono fonti interne – ci si è fermati a una decina di concorrenti ciascuna. Non una particolare attenzione per l’attività della Fondazione da parte dei professionisti della musica, a prescindere dall’interpretazione che di questo scarso interesse si vuole dare. E un’interpretazione potrebbe essere che fra gli addetti ai lavori ormai è diffusa l’idea che da Fondazione Arena è meglio stare lontani…

Mai come in questi tempi, si sa, la cosiddetta “narrazione” fagocita la realtà e la piega ai suoi schemi. Per quanto riguarda Fondazione Arena, il trionfalismo sulle sue magnifiche sorti e progressive – che ha avuto uno dei clou, ma non l’unico, nel positivo bilancio del festival lirico estivo nell’anfiteatro romano – non può nascondere che la realtà è ben altrimenti complessa e anche contradditoria. Questa narrazione vorrebbe fare intendere che non esistono criticità, che la qualità viaggia di pari passo con i risultati economici – in positiva crescita. Eppure, non tutti la pensano così. Anche in uffici dove si prendono decisioni che contano, se non altro per i loro risvolti finanziari.

È accaduto, per esempio, che poche settimane dopo i rulli di tamburo per i numeri dell’estate areniana 2019 (426 mila spettatori per 51 serate, media di 8.300, incasso di 26,6 milioni di euro), il 30 settembre il direttore generale dello spettacolo dal vivo al Ministero dei Beni Culturali, Onofrio Cutaia, abbia firmato il decreto con la suddivisione del FUS (il Fondo Unico dello spettacolo) per quanto riguarda le Fondazioni lirico-sinfoniche, relativa all’attività dell’anno 2018. Rispetto al 2017, Fondazione Arena si è vista decurtare il contributo dello Stato di 400 mila euro e si attesta ora a un importo complessivo di 9,5 milioni, nella parte bassa dell’elenco delle dodici Fondazioni.

Non è bastata la buona performance del botteghino (che ha assicurato un aumento di 283 mila euro della quota parte di contributo relativa alla “capacità di reperire risorse” – leggi vendita di biglietti). La quota di finanziamento relativa alla produttività, ovvero alle “alzate di sipario” (che vale la metà dell’intera sovvenzione) si è contratta di circa 370 mila euro, quella che esamina la qualità artistica (dal valore dei progetti all’impiego di “direttori, registi e artisti di conclamata e indiscussa eccellenza artistica”) è piombata all’ultimo avvilente posto nel gruppo delle 12 Fondazioni, tagliata di 213 mila euro.

Questi dati sono stati oggetto di un appuntito comunicato sindacale e di una breve discussione in ambito politico regionale, ma non hanno avuto più di una colonnina sulla stampa veronese, interessata semmai a continuare la “narrazione trionfale” con i dati sull’attività di Arena Srl, che grazie al successo delle 32 serate pop-rock in anfiteatro potrà conferire oltre due milioni nelle casse della Fondazione.

Assordante il silenzio della sovrintendente Cecilia Gasdia e del direttore generale Gianfranco De Cesaris, i “separati in casa” voluti dal sindaco Sboarina, con deleghe fissate in atto notarile. Avrebbero potuto contestare le scelte in campo “artistico” della commissione incaricata (lo fanno tutti e spesso a ragione, nel metodo e nel merito), avrebbero potuto sottolineare che l’estate 2019, con le stelle Netrebko e Domingo (al netto dei suoi guai americani, seri abbastanza da indurlo ad abbandonare tutto negli Usa), dovrebbe rimettere a lucido il blasone artistico dell’Arena, così umiliato. Forse sarebbero stati in difficoltà nello spiegare la diminuzione delle alzate di sipario nel 2018 rispetto al 2017, entrambi anni di stato di crisi con sospensione dell’attività per due mesi.

Soprattutto, avrebbero dovuto parlare del Filarmonico (noi l’abbiamo fatto, dopo aver letto il Piano di Sviluppo) ed evidentemente non ne avevano alcuna voglia. Perché sta lì il punto debole: nell’assenza di un progetto artistico degno di questo nome, sostituito da una navigazione a vista che non supera i due-tre mesi. E infatti, mentre le proposte di quest’autunno stentano, come raccontato all’inizio, di tutto il programma da gennaio 2020 in poi non si sa ancora nulla, e pare che il Consiglio di indirizzo non abbia ancora dato il via libera a quanto disegnato da Gasdia, in attesa di mettere a fuoco il lato economico. Ma nessun teatro al mondo può arrivare a tre mesi dall’inizio di una stagione senza che il marketing sia già in moto, le locandine completate, le produzioni in attività.

Il Filarmonico era una volta sede di una cospicua stagione sinfonica e di una stagione lirica di qualità e anche di quantità, con produzioni proprie e non solo con vecchi spettacoli “importati”. Da anni, anche prima che esplodesse la crisi, non si vede una nuova produzione lirica. Delle ricche stagioni sinfoniche sta sbiadendo il ricordo. Del resto, si sa, il Piano di Sviluppo sostiene che ogni alzata di sipario al Filarmonico è una perdita economica. E quindi lo stanno asfissiando lentamente, decurtando, tagliando, non progettando. Un campanello d’allarme è già suonato: questa politica danneggia il FUS, ma chi lo sente?

Gli addetti ai lavori sanno che senza Filarmonico la Fondazione Arena non sarebbe più tale, e diventerebbe solo un festivalone estivo. Ma forse è proprio quello l’obiettivo: solo Arena, solo auto-celebrazioni a rimpiattino fra categorie economiche e amministratori locali (come la kermesse alla Gran Guardia intitolata “Io sono l’Arena”), solo i soliti sei-otto titoli, spettacoli sempre più vecchi, mai un guizzo inventivo, qualche stella del canto e qualche opinabile nome televisivo, e avanti con l’obiettivo dei 30 milioni d’incasso. Così anche la sparizione del FUS non sarebbe troppo grave. Il funerale del Filarmonico, se le cose continuano così, si avvicina. Nella commemorazione, si asciugheranno una lacrimuccia ipocrita dicendo che non era economicamente compatibile. Con buona pace della cultura, della musica. E perfino della storia, che ha già dimostrato che non è vero niente.

(ph: verona.net)