Trump e i dazi: ma quale lezione americana d’Egitto!

L’identità culturale italiana dovrebbe essere l’ingrediente base di ogni nostro piatto e prodotto. E restare radicata qui

L’articolo di Federico Rampini su Repubblica-Affari &Finanza di lunedì 14 ottobre dal titolo “La lezione americana della Cucina Italiana” dà la bella notizia che la storica e blasonata rivista delle sorelle Gosetti Della Salda verrà editato in lingua inglese nella Grande Mela e la sede oltreoceano sarà presso Farinetti’s Eataly. Beautiful . Nello stesso building la Cucina Italiana diventerà scuola di cucina e di lingua italiana. Great.

Ma Rampini dopo quindici righe su questo bellissimo successo italiano prende tutta un’altra piega: parla di uno degli sponsor della serata, Alberto Beretta (l’industriale brianzolo della salumeria italiana) incensandolo non tanto per i prodotti che fa e per i numeri che ottiene, ma perché ha saputo superare le trappole che da sempre gli Amerikani pongono sulla strada del Made in Italy di qualità, utilizzando pretesti risibili sulle muffe, che per noi sono nobili e contribuiscono a rendere tipici, grandi e irripetibili i nostri prosciutti e formaggi Doc e Igp. E quando i nostri imprenditori riescono a superare le trappole dell’FDA (Food & Drugs Administration, equivalente al nostro Ministero della Sanità e Nas messi insieme), arriva il Trump di turno con i dazi, gli embarghi e le ritorsioni commerciali. E allora, dice entusiasta Rampini, bravo Beretta che sposta le produzioni negli States.

Risibile. L’Italia è invidiata dal mondo per le sue biodiversità, il suo stile di vita che esprime dalla moda alle arti, dal cibo e vino alla manifattura. Se tutti seguissero l’esempio di Beretta diventeremmo un paese industrialmente morto. Il Pil italiano è costituito al 50% di esportazioni, e gran parte di esso si compone di prodotti agroalimentari e della sua straordinaria e imitatissima gastronomia. Ma si può fare molto di più a vantaggio delle generazioni future e del benessere nazionale, se ponessimo a fondamento delle nostre politiche l’esaltazione della cucina della tradizione come radice identitaria profonda e durevole. La soluzione, a mio avviso, è da ricercare in un rafforzamento tenace della nostra identità culturale.

La nostra gastronomia entra sistematicamente in azione, in maniera del tutto naturale e spontanea, come strumento di dialettica tra noi e il resto del mondo. In cento anni l’emigrazione italiana ha raggiunto i quattro angoli del globo, portando con sé speranze, nostalgie e una cultura gastronomica che avrebbe dovuto già conquistare il pianeta, se solo ne avessimo avuto consapevolezza e l’avessimo considerata una risorsa economica strategica. All’inizio di questo contagio globale c’era la cucina povera degli emigranti intrisa di tradizioni, di usi e di saperi antichi che ha costituito all’estero una sorta di arcipelago culturale e sociale.

Proprio all’insegna di questo legame gastronomico intatto nel tempo con le nostre popolazioni all’estero occorre rafforzare e non fiaccare la tipicità e la biodiversità delle nostre produzioni. Evitando qualsiasi tradimento produttivo come quello auspicato dai Rampini di turno.

(ph: shutterstock)