Sovranisti a Roma e autonomisti a Venezia, la schizofrenia della Lega

Si manifesta per l’italian pride ma anche per il Veneto più libero. Ma tutto non può tenersi. A che gioco gioca il Carroccio?

Domani a Roma la Lega radunerà tutta la destra italiana al claim “Orgoglio italiano“, che sa un po’ da parmigiano sotto dazio. Casapound autoinvitata, Forza Italia schifata per l’autoinvito (anche se ormai la caduta libera di voti la sta portando più o meno a quelle percentuali), Fratelli d’Italia a far la parte del fratello minore (ma sempre più nerboruto, dissanguando la de cuius cadaverica creatura berlusconiana). Il nonno Berlusconi a casa ma ancora arzillo, a rivendicare liberalismo a sovranismo dilagato e filo-erdoganismo mentre tutti sono contro la Turchia: un genio incompreso, un bastiacontrario fuori tempo massimo.

Salvini, ormai padrone del campo, farà la parte del leone. Ma un altro leone, invero un po’ spelacchiato tuttavia anch’esso non domo, proverà a far udire il suo roarr il 22 ottobre, martedì prossimo, sbattendo le ali al grido “autonomia o morte!“: il leon di Venezia, la truppa di arrabbiati orfani del referendum di due anni fa con cui il Veneto consacrò con voto bulgaro la richiesta del governatore Zaia di rendere la sua Regione autonoma in ben 23 materie. In pratica provando a introdurre de facto il federalismo fiscale dopo quasi vent’anni dal mezzo aborto di riforma federale del centrosinistra nel 2001.

A richiamare in piazza il popolo deluso dai tricche e tracche del governo gialloverde e dalla spudorata pantomima di quello giallorosè (il ministro Boccia che ammassa premesse e paletti a barricata per evitare di arrivare al dunque, ricominciando la trattativa daccapo), l’ex assessore ed ex consigliere regionale Marino Finozzi, Lega. Che ora è a capo del centroventiquattresimo “Comitato per l’indipendenza veneta” (che per inciso non equivale all’autonomia, ma vabè, non facciamo i precisini). Segno che il Carroccio veneto, o almeno parte di esso, si pone eccome il problema della delusione di tanti per aver visto finora il trionfale sì referendario del 2017 snobbato nei fatti prima dal Conte 1 e ora dal Conte 2. Per carità divina, guai a sostenere che pure il lìder maximo Salvini, quando faceva lingua in bocca con Di Maio, non avesse poi battagliato in prima linea su questo fronte, lasciando alla ministra Erika Stefani defatigarsi nell’estenuante rimpallo con l’allora alleato grillino. Se lo si fa, il suo braccio destro, il veronese Lorenzo Fontana, ti bacchetta sulle mani liquidando l’accusa, sotto gli occhi anche degli ipovedenti, come una «leggenda».

Peccato però che anche un bambino capisce che se tu Veneto vuoi più quattrini per Regioni che producono più Pil di tutte le altre, penalizzi il Sud che si porta dietro la secolare “questione meridionale” come una condanna – per nulla dovuta al destino malvagio e rio, fra parentesi. Ma un bambino anche meno dotato arriva a comprendere ugualmente che se inzeppi e azzoppi di nuove trovate (i Lep, i livelli minimi di prestazioni per tutti) le concessioni romane ai veneti e agli altri aspiranti autonomisti, è chiaro che, tu governo, la stai tirando in lungo almeno fino alle amministrative della prossima primavera. Fatto, questo, che per altro non rappresenta minimamente uno sgambetto per Zaia, che si farà forza dei palesi alibi dei centralisti giallorosa per ergersi a paladino della causa tradita e osteggiata dall’eterna Roma ladrona di libertà.

Roma ladrona? Eh, no. Non si può più dire. E l’italian pride, allora? E il tricolore unica bandiera che domani garrirà al vento della destra salviniana unita? E la sovranità dell’Italia illuminata dal sole libero e giocondo degli ex no euro per i quali invece oggi l’euro, come per Draghi, é irreversibile? Chi glielo dice poi agli ex terroni, che ai polentoni lombardo-veneti si intende dare sul serio una vera autonomia? Ah, saperlo. Intanto si manifesta. Un po’ qua, un po’ là. Two Leghe is megl che one?

(ph: shutterstock)