Il cinismo giallorosso del Diogene di Padova

Autocritica secondo il portavoce del sindaco di Padova in veste di dirigente Pd: basta snobismo, via il simbolo e alleanza coi 5 Stelle. Ma ormai è tardi

Nel buio profondo che avvolge il centrosinistra in vista delle prossime elezioni regionali 2020, una luce si accende nel Partito Democratico in quel di Padova. L’interruttore lo schiaccia Massimo Bettin, dirigente nazionale e portavoce del sindaco Sergio Giordani. In un’intervista di oggi ai quotidiani del gruppo Gedi, lanterna in mano il novello Diogene indica le linee guida per far sì che la raccogliticcia truppa di Dem e sinistre varie possano anche solo presentarsi con dignità alla sfida contro il vincitore annunciato Luca Zaia.

«Nessuno dubita che Zaia sia un candidato forte, guai però se lasciamo trasparire che sia imbattibile. Serve un Pd che decida sulle questioni venete in Veneto senza imposizioni e al gruppo dirigente non deve mancare il coraggio di sperimentare nuovi schemi sull’esempio del segretario Zingaretti». Così esordisce Bettin, riconoscendo i gravi errori commessi dalla sua parte in questo ventennio in cui è stato lasciato campo libero al leghismo. E prosegue in una vera e propria autocritica, definendo certi atteggiamenti del proprio partito «cervellotici, rissosi e snob», auspicando che il Pd diventi «il motore di un laboratorio Veneto per l’alternativa, difendendo la propria identità a costo anche di qualche sacrificio, quale il simbolo o anche il candidato stesso che potrebbe non avere la tessera del Pd in tasca».

Letto in filigrana, il ragionamento bettiniano è un chiarissimo assist alla ventilata candidatura alle regionali del vicesindaco di Padova, il civico di sinistra più o meno estrema Arturo Lorenzoni. “Il Veneto che vogliamo”, il movimento che sta prendendo forma su imitazione di Coalizione Civica che nel capoluogo patavino raccolse un sorprendente 22%, è la formula su cui sembra puntare anche Bettin per esportare l’esperienza padovana in tutta la regione. Cercando in più di agganciare al carro i 5 Stelle, così da sfruttarne il consenso. 

Sui rilievi riguardo il passato, Bettin non ha ragione: ha straragione. Peccato che forse sorvoli troppo sulla capacità di fare ammenda dei suoi compagni di partito – e magari anche sua – coi fatti, e non solo a parole. La realtà è che c’è un partito che si divide persino sull’usare o no il proprio simbolo, denunciando tutta l’inconsistenza e l’incerta identità in cui langue. E l’ altra realtà è che il “modello Padova” non è un modello, non esemplare almeno: la componente più a sinistra mette perennemente in difficoltà e in imbarazzo Giordani e anche lo stesso Lorenzoni. Risse addio? Sì, solo se occultate e censurate.

La verità è che il centrosinistra in Veneto è allo sbando, e neanche coi grillini può puntare ad altro che non sia al massimo una sconfitta onorevole. La teoria non basta, la filosofia meno che meno. Essere cinici non porta bene. Neanche al modo di Diogene.

(ph. Facebook Massimo Bettin)