Chat dell’orrore, quanta ipocrisia: sono figli nostri, non alieni

Fa discutere il gruppo WhatsApp a base di pedopornografia e razzismo. Ma è il risultato di un’esposizione continua alla violenza

Partiamo dai fatti. A gennaio, la madre di un tredicenne, controllando il cellulare del figlio, scopre una chat WhatsApp dai contenuti che ritiene scioccanti. Il gruppo WhatsApp si chiama “The Shoah Party” e condivide video pedopornografici, immagini di bambini africani denutriti, di minori malati terminali, sevizie su animali e video YouTube di matrice nazista e islamista radicale. La madre denuncia l’accaduto alla procura di Siena, che apre un’indagine durata cinque mesi. I risultati dell’indagine emergono in questi giorni: 26 abitazioni di giovani perquisite fra Toscana, Piemonte, Calabria, Lazio e Campania, gli indagati sono 19 minorenni e 6 maggiorenni, il più grande dei quali ha appena compiuto 19 anni. Fra gli amministratori del gruppo ci sarebbero anche dei tredicenni, che non sono imputabili a causa dell’età. Secondo stime approssimative, il materiale avrebbe avuto diffusione nazionale, e sarebbe stato visualizzato da circa 300 ragazzini, alcuni dei quali hanno lasciato subito la chat, senza tuttavia denunciarne o segnalarne i contenuti. Gli inquirenti, di sfuggita, lasciano trapelare un dettaglio interessante: i giovani amministratori e frequentatori della chat non provengono da famiglie economicamente disagiate, né attenzionate dai servizi sociali.

Fin qui i nudi fatti. Il materiale incriminato condiviso dalla chat è il seguente: il materiale pedopornografico comprende un video di un abuso di una neonata di un anno da parte di un adulto, e il filmato di un rapporto sessuale di una ragazzina intorno agli undici anni con due coetanei, il tutto commentato con approvazione; foto di bambini africani denutriti che bevono da una pozzanghera commentati con ironia e frasi razziste; la foto di un bambino calvo ammalato di leucemia, seguita da frasi che inneggiano alla soppressione dei disabili e degli ammalati terminali; video di YouTube inneggianti al nazifascismo; video di propaganda e di esecuzioni dell’ISIS, commentati con ammirazione; le riprese dell’attacco alle Torri Gemelle, in cui si festeggia per l’accaduto e si deridono le vittime; un fotomontaggio di Cristo crocifisso su una svastica contornato da frasi antisemite, infine video di sevizie a cani e galline.

Qual è il filo conduttore che lega questo materiale? Mostrare una violenza continuamente evocata dai “grandi” e dai mass media, che la condividono senza fine sui social media, ma sempre con una didascalia di condanna ad introdurla. Hanno mixato tutto ciò che vedono postato dagli adulti sui social, e ne hanno trovato il legame segreto: la fascinazione per la violenza, per l’estremismo senza sbocco, per l’orrore commentato all’infinito perché mai vissuto. Per questo i media e i giornalisti sulla vicenda hanno speso fiumi d’inchiostro, gonfiando i titoli a dismisura: questi ragazzini sono lo specchio – nemmeno troppo – deformante di come gli adulti utilizzano in maniera “responsabile ed informata” il web. Questo spiega lo stupore degli inquirenti di fronte a soggetti così giovani messi sotto inchiesta per istigazione all’odio razziale, tortura sugli animali, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, che non capivano perché mai gli adulti dovessero ritenere grave e perfino illegale l’attività della chat.

Si tratta di ragazzi, ricordiamolo, di buona famiglia e senza disturbi psicologici, talmente integrati nel sistema da non aver il minimo dubbio di aver fatto qualcosa che lo metta in discussione. Il tentativo di distanziarci da loro che si vede chiaramente dai titoli delle edizioni online delle testate nazionali e dai commenti dei lettori, è tanto inutile quanto ridicolo: l’interpretazione più diffusa è che questi adolescenti siano affascinati dalla propaganda e dall’estetica di regime totalitari, nemmeno si fosse sgominata una cellula di suprematisti bianchi o di foreign fighters. Come se esistesse un filo ideologico fra l’anticristianesimo, l’ISIS e il torturare galline.

Come se questi ragazzini fossero alieni caduti per sbaglio a Siena e Torino, Napoli e Padova, e non prodotti di un Occidente così saturo di video di violenza non stop, da doversi nascondere dietro didascalie moraleggianti per prenderne le distanze. Le stesse identiche didascalie con cui abbandoneremo questi giovanissimi ai servizi sociali e al carcere, sperando che facendoli sparire, sparisca lo specchio in cui, per un attimo, abbiamo intravisto il nostro lato mostruoso.

(Ph Screenshot dal film Il villaggio dei dannati)